mercoledì 5 febbraio 2014

Per amore o per interesse? Omnia Vinxit Amor #1

Ritorno a scrivere affrontando un tema complesso, quasi eterno: quello dell'amore. 
Come titolo di questa rubrica, ho storpiato il noto brocardo di Virgilio Omnia vincit Amor (Bucoliche X, 69) semplicemente cambiando una lettera: Omnia vinxit Amor. Amore che lega ma amore che incatena, amore che trattiene ma amore che protegge. Così sfaccettato, così caotico, che sarebbe impossibile riuscire a comprenderlo in un unico fascio, giacché uno solo dei suoi innumerevoli elementi conta più di qualsiasi fascio. 
Mi accingo ad affrontare il tema dell'amore sotto un aspetto a mio avviso basilare, ossia l'amore correlato alla visione utilitaristica che impregna in ogni dove l'esistenza di ogni singolo essere umano: con ciò, mi riservo di coadiuvarmi di un estratto de L'arte di trattare le donne di Schopenhauer, considerato (giustamente o meno, a seconda dell'interlocutore) baluardo della misoginia moderna; l'estratto, non a torto, si intitola "Per amore o per interesse?". Leggiamo:

L’uomo che nello sposarsi bada al denaro invece che a soddisfare la propria inclinazione vive più nell'individuo che nella specie, il che è l’esatto contrario della verità e si presenta quindi come contro natura, suscitando un certo disprezzo. Una fanciulla che, ignorando il consiglio dei genitori, respinge la domanda di un uomo ricco e non vecchio per scegliere solo secondo la sua tendenza istintiva, passando sopra a tutte le considerazioni di convenienza, sacrifica il suo benessere individuale a quello della specie. Ma appunto per ciò non le si può negare un certo plauso, avendo ella preferito ciò che è più importante e agito nel senso della natura (e più precisamente della specie). 
[A. Schopenhauer]

Perdonami, caro Arthur, ma permettimi di analizzare questo tuo inciso come meglio si cala nella realtà dell'esistenza e nei precetti razionali, e di metterne ivi in luce i tratti maggiormente contestabili. 
Innanzitutto, ti si può dare piena ragione quando affermi che "l'uomo che nello sposarsi bada al denaro [...] vive più nell'individuo che nella specie", ma sorge l'amaro in bocca nel momento in cui concludi affermando che ciò "si presenta quindi come contro natura". Trovo inconcludente separare la bramosia di denaro dalle inclinazioni umane (inclinazione intesa come "istinto ancestrale"), in quanto la bramosia di denaro è manifestazione delle proprie inclinazioni tese al possesso, che nel caso in esame è peculiarmente rivolta alla pecunia; sarebbe come separare e distinguere l'ossigeno dagli altri gas. Da ciò deriva l'inesattezza di tutto ciò che segue: difatti, la bramosia di denaro è dettata dall'inclinazione al possesso, dal desiderio di avere per sé quanto più ci aggrada, dunque ciò è perfettamente corrispondente alla verità dell'esistenza (giacché l'uomo è spinto istintualmente dal possedere ciò che desidera), ergo è perfettamente naturale; dunque, il disprezzo con cui si guarderebbe a questa falsa "non-naturalità" è da guardare con ancora maggior disprezzo.
Proseguendo, è d'uopo cercare di interpretare cosa sia l'individuo e cosa sia la specie, il che è abbastanza palese: l'individuo è la cura di se stessi, la specie è la cura del prossimo, e già svariate volte ho cercato di dimostrare come la cura del prossimo sia la rovina della nostra essenza, il rinnegamento del nostro istinto-madre: la nostra natura vive nell'individualità, sacrificarsi sull'altare della specie equivale a mozzarci la testa con le nostre stesse mani, è come l'agnello che si reca deliberatamente nella tana del lupo.

Proseguendo, Schopenhauer persiste nell'inversione già criticata nel primo periodo: giustamente si può plaudire la scelta della fanciulla di seguire i propri istinti a scapito di un futuro circondato dalle ricchezze (dopotutto, ciascuno di noi non può essere chiamato a giudicare delle scelte dei nostri simili, salvo che tali scelte possano condizionare od alterare i nostri obiettivi ed i nostri interessi); ma come si può affermare che ella, con tale decisione, abbia sacrificato l'individualità alla specie? La specie non ricopre nessun ruolo nella nostra esistenza, la specie non esiste se non come nozione per indicare la macrocategoria degli esseri viventi aventi tra loro caratteri comuni. Mai la specie può essere adita a stabilire e manovrare le nostre scelte, esistiamo soltanto noi come individui, muovendoci in un labirinto di scontri e alleanze, correndo e sgomitando il più possibile per raggiungere il nostro obiettivo. Pertanto ella non ha agito secondo il senso della natura, come fallacemente conclude l'Autore, ma ha agito seguendo i dettami dell'etica, che è il morbo più venefico di tutti.

Vedete, dunque, come l'amore incondizionato sia solo uno specchietto per le allodole. Ci sono molti altri elementi che entrano in gioco, e di fronte ad essi il valore "spirituale" dell'amore è destinato a soccombere. Ma non è questo il momento di arrivare ad una soluzione irruente e frettolosa sulla complessa questione aperta con questa dissertazione odierna, mi riservo di proseguire in futuro ed illudendomi di avervi aperto gli occhi, istigato la Ragione e stuzzicato l'interesse.

A. G.

sabato 4 gennaio 2014

La Stagione della Verità.

Inverno. Primavera. Estate. Autunno.
Questi non sono semplicemente i nomi con cui, da ancestrale usanza, si indicano le quattro stagioni, ma estendendone ulteriormente la portata è possibile vedere le varie sfaccettature con cui l'essere umano guarda al Creato, quante possibilità egli abbia di raggiungere la Verità e come ne determina la lucidità o l'opacità del modus vivendi.
Che dire dell'Inverno? Impietoso, ingombrante quanto la mole di abiti che dobbiamo indossare per sopravvivere alle sue pugnalate talmente fredde da bruciarci le viscere, il classico pretesto per rinchiuderci nel calore delle nostre dimore e lasciare che il mondo vada avanti. L'Inverno, a torto del suo nome, è davvero in grado di rendere la nostra vita un Inferno: esso chiude i nostri occhi con sferzate di vento antartico, screpola le nostre labbra a tal punto che una sola parola è in grado di tingerle di sangue, arrossa le nostre orecchie costringendoci a coprirli impedendoci di udire la Verità. La vita dell'Inverno è una vita cieca e stolta.
Si dovrebbe dire che il rovescio di quest'algida medaglia sia una vita rivolta alla Verità, augurandoci una eterna Estate a sostegno della gloria di quanto ci circonda, eppure non è così: innegabilmente le nostre menti sono più sgombre quando il Sole lancia i propri dardi infuocati sulla Terra, ma la canicola distrae i nostri pensieri ed arrugginisce i nostri ragionamenti, così da rendere la nostra vita ancora più stolta. E perché questo? Perché non siamo in grado di adattare il nostro intelletto al mondo che la Natura ha creato per noi esseri razionali, rivelando così la nostra indegnità a questo sommo privilegio a causa di cotanta debolezza.
Badate invece ai due equinozi. Il riferimento etimologico ad æquinoctium è superfluo, a noi è sufficiente percorrere la metà della strada, è sufficiente fermarsi ad æqui per carpire il sommo equilibrio di queste due stagioni: la nostra vita è equamente spartita tra Natura e Ragione, in modo da poter adattare il nostro intelletto all'ambiente in cui viviamo senza che l'uno sottragga valore all'altro, uguale spartizione come tra il Giorno e la Notte, sommo equilibrio a cui la nostra esistenza protende.
Ma è più equilibrata una vita in guisa di Primavera od in guisa di Autunno?
A tal proposito ritengo agevole inserire come deus ex machina un fenomeno atmosferico: la nebbia. Questa nube che tange il suolo, simbolo dell'Autunno tanto quanto l'albero rinsecchito e dalle foglie sanguinanti, è, a mio avviso, un monito rivolto a noi esseri viventi: ci sono cose oltre le quali non potremmo mai oltrepassare, se non a rischio della nostra vita e della nostra Ratio
La Primavera è per i superbi che credono di poter spiccare il volo gettandosi da un grattacielo, l'Autunno è per gli avveduti che riconoscono gli innati limiti stabiliti dalle leggi naturali. 
Viviamo la nostra vita come se fosse sempre Autunno, e ricordate: siamo venuti al mondo per fare grandi cose coi doni che ci sono stati riservati, ma queste cose, per quanto grandi, non saranno mai immense o mastodontiche od eterne come il progetto che la Natura ha costruito.

A. G.

venerdì 1 novembre 2013

Ama il prossimo tuo meno di te stesso.

Anche un flebile sospiro può essere musica per le nostre orecchie.
Il silenzio glaciale delle notti più oscure è l'ambiguo terrore di essere totalmente soli ovvero di essere circondati da innumerevoli entità che cospirano silentemente a danno della nostra persona e dei nostri progetti.
L'essere umano è stato posto dalla Natura non semplicemente come vertice intellettualmente intangibile, ma come primus inter pares con l'essere umano stesso; senza alcun altro essere intelligente ed intellegibile con cui interagire, il fine egoistico (insito non solo nell'uomo ma in tutti gli esseri in possesso tanto di volontà quanto di potenza) non sarebbe nemmeno qualificabile come fine, giacché sorgerebbe spontaneo il quesito "in che modo posso far emergere il mio ego senza nessuno a cui rivolgerlo?" Avete modo di concepire dunque l'altra faccia dell'aurea medaglia dell'egoismo: esso è volto a porre il nostro utile al di sopra di tutto, ma senza questo "tutto" nemmeno noi avremmo modo di qualificare il nostro egoismo.
Non è arduo pervenire a questo assunto: immaginiamo di trovarci in un mondo di cui ciascuno di noi sia l'unico essere (è d'uopo precisare che con la nozione "essere" sono da indicarsi esclusivamente gli esseri umani, se annoverassimo in questa categoria le bestie, il ragionamento non avrebbe seguito poiché è necessario il simultaneo possesso delle capacità intellettive ed intelleggibili testè citate, caratteristica propria del genere umano) esistente nel suddetto spazio. Dunque nulla potrebbe vietarci di agire in qualsivoglia maniera, senza preoccuparci di alcun rimprovero e di alcun biasimo di chicchessia, perseguendo senza ostacolo alcuno i propri interessi. Ma è proprio in questa deserta utopia che non sorgerà mai nella nostra mente l'inciso "sono una persona egoista", perché in questo mondo piatto e flagellato dai nostri capricci non vi è alcun modo di constatare il nostro egoismo proprio perché non ci sono altri esseri con cui confrontarci. Sarà sufficiente introdurre nel nostro sistema anche uno solo di essi perché l'inciso sorga spontaneo in ragione del medesimo fine perseguito ed in ragione dell'interazione con il prossimo.
Chi avrebbe mai detto che il prossimo, che per natura siamo propensi a porre ad un livello inferiore rispetto a tutto ciò che, anche infimamente, possa riguardarci, si sarebbe rivelato anche lui stesso utile al soddisfacimento dei nostri interessi?

A. G.

martedì 8 ottobre 2013

L'astuzia dell'accattonaggio.

Li vediamo camminare per le strade, seduti sui marciapiedi, nei corridoi dei treni a distribuire bigliettini ricolmi di preghiere e di errori ortografici, coi loro abiti consumati e con lo stesso viso contrito in cerca di un benché minimo segno di considerazione.
Ecco la classe dei mendicanti, dei cosiddetti "barboni", i dediti all'accattonaggio ed all'elemosina. Ma chi sono davvero costoro? Nulla di che, solo la classe di persone più furbe sulla faccia della Terra, coloro che sanno buggerare il prossimo a livelli stratosferici ed umiliarlo al di sopra di ogni immaginazione. Seguitemi e capirete perché.
L'ennesimo, patetico insegnamento inculcatoci dalle Sacre Scritture è la solidarietà, a donare agli altri il proprio superfluo, ed essere grati agli occhi del bisognoso e meritevoli della vita eterna agli occhi di Dio; e qual'è la realtà invece? Il "bisognoso" ride della nostra stupidità, e siamo meritevoli solamente di pubblico scherno per un cotale abbassamento a tali stupidi principi.
Se la razza umana abbandonasse le stupide congetture basate su aiutare i bisognosi, pensate forse che i mendicanti continuerebbero ad infestare le nostre strade od a trapanarci le orecchie con le loro preghiere di misericordia? Certamente no, quando la fiera della cuccagna chiude i battenti si va a cercar ristoro in altri pascoli.
E non sia mai che imparino a badare a se stessi, a farsi strada nella vita con l'astuzia così argutamente sfruttata durante la sopravvivenza. La scaltrezza è dono raro ed apprezzato per perseguire i propri obiettivi, e chi l'ha esercitata in tal guisa (ma senza dubbio agevolato dalla diffusione delle stolte nozioni di "solidarietà" ed "elemosina") avrebbe sicuramente non molti problemi a perseguire scopi più alti che raccattare qualche monetina dalla vecchietta timorata di Dio appena uscita dalla messa delle 6 del mattino.
Da cosa sorge questo mio intervento odierno? Dalle ripetute lamentele che mi capita sovente sentir declamare sulla presenza di questi geni del male che circolano ed intralciano la nostra routine. Volete che spariscano? Evitate di far sparire le vostri mani nelle tasche o nei portafogli per mettervi in ridicolo di fronte a loro e di fronte alla vostra essenza naturale, liquidateli in fretta e furia e lasciate che siano qualcun altro a mettersi in ridicolo ed a rinnegare la propria natura.

A. G.

domenica 8 settembre 2013

La condanna del mancinismo.

La mano dei rovesciati, la mano sbagliata, la mano impura riservata alla pulizia delle pudenda nella tradizione musulmana.
Ebbene sì, le credenze e superstizioni di stampo religioso-etico persistono a minare il nostro percorso di vita, ma stavolta colpiscono in maniera ancora più profonda il genere umano, condannando coloro che per natura sono predisposti ad utilizzare il lato sinistro del proprio corpo per interagire nella quotidianità. E sento la necessità di dedicare un intervento a quelle persone "speciali" chiamate spregiativamente "mancini" o "sinistri", essendo anch'io uno di costoro.
La condanna è stata incalzante nei tempi antecedenti ai nostri, e per fortuna la Ragione si è diffusa a macchia d'olio preservando molti soggetti dalla rovina; ma essa continua a sopravvivere anche odiernamente, dove talune famiglie bigotte e sprovvedute, convinte della sinistra nomea che aleggia intorno ai mancini, costringono letteralmente i propri pargoli ad utilizzare la mano destra nel momento in cui imparano a manifestare le idee proprie ed altrui attraverso la scrittura. In che modo? Legando la mano sinistra ed impedendone l'uso (consentendomi un cenno autobiografico, rammento che ciò avvenne anche a me, ma più i miei genitori insistevano a farmi usare la destra, più io utilizzavo la sinistra, finché alla fine non vinsi questo primo duello con le malefiche credenze che persistono a far sentire la loro voce). E questo perché? Per due ragioni, a mio parere: per la scarsa diffusione delle persone mancine (come se costituisse un elemento di infamia o di biasimo del quale bisogna disfarsene a tutti i costi) ed ovviamente le sopracitate credenze di derivazione sacra, che etichettano la mano sinistra come "la mano del diavolo", basti pensare ai grandi iconografi del passato che rappresentavano Satana come creatura dotata di 2 mani sinistre, non speculari. E non sia mai che i nostri figli abbiano una caratteristica così dissacrante e dissacratoria!
Chi sono costoro per interferire con la natura del frutto da loro concepito? Chi sono costoro per imporre in tal guisa un'usanza dettata da stupide superstizioni andando a menomare l'indole ed il comportamento della povera vittima? Mi sorge spontaneo un paragone con un'altra condanna, ovverosia quella cui sono sottoposti i neonati che, a 2 mesi dalla loro venuta al mondo, si ritrovano la fronte cosparsa di acqua santa ed iscritti come fedeli di una setta della quale loro non sanno né i principi né i fini.
Come la Natura punisce coloro che badano a codeste sciocchezze? Sconvolgendo la mente della vittima, sconquassandone la vita ed il suo inserimento nel mondo. E lo stesso mondo dove noi andremo ad abitare ci è ostile, realizzando suppellettili e strumenti predisposti ad un uso prevalentemente destrorso (dalle comuni forbici a strumenti musicali come la chitarra); ma le nostre capacità di manipolazione del Creato ci consentono di crearci da soli ciò di cui abbiamo bisogno in ragione della nostra natura e delle nostre interazioni col mondo.
La condanna non si limita alle costrizioni da parte di coloro contro i quali non possiamo ribellarci, ma anche da parte dei lemmi di cui si fa utilizzo nelle consuete conversazioni, dove per alludere ad incidenti automobilistici si parla spesso di sinistri, senza contare l'utilizzo dell'aggettivo sinistro per indicare un che di funesto, di cattivo augurio. Ecco come le usanze penetrano nella mentalità degli esseri umani, discriminando fino a questo punto i loro simili per una normale caratteristica fisico-psichica condannata dalle suddette usanze. Voi che ancora vi ostinate a seguire le mode e le usanze della vostra laida Chiesa, preferite assicurarvi l'entrata in Paradiso (correreste il rischio, poi, di ritrovarvi con un pugno di mosche?) o condannare la vostra creatura ad uno scarso inserimento nel mondo cagionato dal vostro sacro proposito?
Siate fieri di quel che la Natura ci dona ogni giorno, e più questa caratteristica è rara, più siatene fieri.
Le innumerevoli qualità di cui sono dotati i mancini li hanno resi celebri nel bene o nel male quasi più dei destrorsi, basti pensare a personalità quali Napoleone Bonaparte, Wolfgang Amadeus Mozart, Leonardo da Vinci (che nel suo genio sapeva usare entrambe le mani a seconda dell'intento), Franz Kafka, Albert Einstein. E anche per i mancini che della notorietà e della grandezza non sanno che farsene, le grandi doti sono inserite innatamente all'interno della loro anima, per far sì che si concretizzino nella Ratio delle loro azioni, purché sia data loro possibilità di emergere dal vuoto e dalla bonaccia della Psiche. E come si può ancora avere biasimo di questa grande qualità che fa emergere i migliori tra i più grandi della storia del mondo?
Altro vantaggio a favore dei mancini è la loro stessa scarsa diffusione, cosicché in talune discipline od arti i mancini prevalgono sui destrorsi, dallo sport alla pittura, dai videogiochi alla scultura.
Non compromettete l'esistenza delle generazioni successive alle vostre per far sopravvivere le precedenti generazioni, fallaci ed arcaiche. Sono sopravvissute fin troppo ed hanno devastato l'esistenza di troppi esseri umani perché meritino ancora di essere prese in considerazione.

A. G.

domenica 11 agosto 2013

Vana fidei spes.

"La vana speranza della fede", così ho scelto di intitolare l'intervento odierno; come ogni mia riflessione che pubblico su questo muro da imbrattare di parole e pensieri, l'idea sorge da un osservazione su ciò che la vita presenta ogni giorno ai miei occhi ed al mio intelletto.
Mi lascia sempre stupito constatare quanto il Cristianesimo sia radicato in molte culture e linee di pensiero perse nei secoli che ancora splendono sotto il sole. E ciò mi spinge ad affrontare un argomento che da molti può considerarsi spinoso, soggettivo e miscredente, ma giammai un ragionamento od una riflessione potrà mai essere bollata d'infamia in questa maniera, qualunque sia l'argomento, purché la logica sia il fondamento di questo edificio razionale.
Sono sempre stato amante delle "Sacre" Scritture, che possiedono un innegabile fascino per il contesto in cui sono inserito, per i loro protagonisti e per le vicende ivi narrate, e sarebbe sciocco negare che anche da esse siano estrapolabili stili di vita retti e volti al buon (soprav)vivere nel mondo. Ma come dice il nome stesso, sono Scritture (non è la sede idonea per discutere della loro sacralità, termine-chiave per ogni cosa inerente al Cristianesimo, neanche fosse un marchio di fabbrica), racconti tramandati e poi raccolti in questi βιβλία, dunque concepiti dall'intelletto umano che possiede la magnifica capacità di poter concepire una quantità pressoché infinita di concetti, idee e nozioni. E perché non inventarsi un mondo ove tutto il Creato si ritrova sottomesso ad un'altra divinità, spodestando l'ordo naturalis e facendolo usurpare da questa nuova e "benevola" divinità? Idea audace, innovativa quanto volete, ma fin troppo bonista, illusoria e soprattutto contraria alla nostra natura!
Di tutte le correnti che sono affiorate dall'alba dei tempi, quella religiosa possiede la malefica caratteristica di assoggettare le menti dei suoi fedeli, arrivando anche a dettare leggi su come bisogna comportarsi per essere buoni fedeli (vedasi i Dieci Comandamenti); perché l'uomo, creato libero e superiore a tutti gli altri esseri, deve ridursi ad agnello e sostituire la propria libertà con l'assoggettamento ad una "fede"? Perché deve rinunciare alla possibilità di disporre liberamente della propria esistenza facendo decidere ad altri uomini come egli debba vivere? Perché l'uomo non dovrebbe desiderare la donna d'altri, se i suoi Sensi subito trasalgono alla vista di una donna che, per formalità quali matrimonio o fidanzamento, "apparterrebbe" ad altro uomo? Perché l'uomo non dovrebbe uccidere un altro uomo, se quest'ultimo gli ha rivolto un torto tale da destare nell'offeso il Senso di vendetta e di eliminazione nei confronti dell'offendente? Ricordatevi, voi tutti: siate voi i padroni della vostra vita, non permettete a nessuno di dettar regole su come dobbiate vivere, non gettate al vento la libertà innata che la Natura ha donato al genere umano, e per cosa poi? Per ritrovarvi incatenati a delle regole contrarie alla nostra stessa attitudine!
E allora cosa impedisce alla religione di essere sepolta dall'egoismo dell'uomo, e riportare lo stato vigente prima della sua comparsa? I suoi principi volti a preporre il prossimo a noi stessi (biasimabili al massimo per essere diametralmente opposti alla nostra natura) sono accolti dalle persone che, di fronte alle angherie a cui il mondo è naturalmente destinato, cercano un appoggio stabile e che dia una visione positiva a questo inferno quotidiano; e senza riserve è forse il metodo più efficace di fuggire dalla realtà, il modo migliore per nascondervi dietro un dito!
Perché vi rifiutate di vivere le giornate con spirito spietato ed egoista, che sarebbe in grado di temprare la vostra forza d'animo e rendervi via via più imperturbabili di fronte a tutti gli eventi che vi saranno serviti nella mensa dell'esistenza in forma di pietanza avvelenata? Più sarete crudeli nell'affrontare la vita, tanto più immuni sarete al veleno. 
Prendiamo come esempio le persone c.d. pessimiste, che vengono assai biasimate per la loro visione negativa. Suvvia, ragioniamo: come reagirebbe una persona ottimista di fronte ad un determinato evento, e come invece una persona pessimista?
Una persona ottimista cerca di aspettarsi sempre il meglio da un determinato evento; se l'evento si realizza, esso potrà essere o all'altezza delle aspettative ovvero superiore ad esse (in tal caso, che soddisfazione potrà trarsi da un evento che, dentro di sé, ci si aspettava che si sarebbe verificato?), oppure inferiore alle aspettative (in tal caso è indubbia l'amarezza che scaturirà nel povero ottimista).
La prospettiva che si presta al pessimista sarà positivamente inversa: se l'evento che si realizza sarà superiore ovvero all'altezza delle aspettative, il pessimista sarà assai soddisfatto del risultato, molto più di quanto potrebbe mai esserlo l'ottimista; qualora, invece, l'evento sia inferiore alle aspettative, il pessimista accuserà meglio il colpo per aver precedentemente previsto la possibilità che il risultato non sarebbe stato all'altezza delle aspettative.
La bontà può essere utile nell'interazione tra esseri viventi (un medesimo interesse è più facile da raggiungere, quanti più sono ad inseguirlo), ma è maggiormente atta a presentare le terga agli assalti sodomitici della vita, che invero non vi saranno risparmiati per la vostra presunta rettitudine.
E come la religione "compra" i suoi fedeli facendoli abboccare come tanti pesci ad un unico, micidiale amo? Ovvio, con la vita eterna! Sciocca vana aspettativa degli umani, titanica violazione delle leggi naturali, se mai ci sarà concesso di bere da questo agognato elisir (talmente agognato da spingerci a perdere il nostro libero arbitrio e sacrificarlo ad un'essere la cui esistenza e bontà è più che discutibile), sarà grazie ai mezzi donatici dalla Natura ed all'intelletto umano tendente ad infinito, non di certo come premio per una condotta anti-naturale!
Non dimentichiamo, infatti, che noi tutti stiamo morendo, è questione di istanti prima che un cuore pulsante si riduca ad un putrido ammasso organico in decomposizione, siamo tutti inesorabilmente diretti a questa destinazione finale, alla quale potremmo arrivare tra anni così come domani. Ciò non dovrebbe farci aprire gli occhi e spronarci a fare ciò che più desideriamo prima che sia troppo tardi?

A. G.

giovedì 8 agosto 2013

Ode ai libertini

Oggi mi ritrovavo a sfogliare "La Filosofia nel boudoir" scritto dal divino Marchese de Sade, da considerarsi quasi il "libretto d'istruzioni dell'esistenza", ed ogni volta come fosse la prima balza ai miei occhi una degli asserti più profondi e intimidatori della storia della letteratura, che sento la necessità di condividere con Voi. Ecco a voi l'incipit dell'opera, il messaggio dell'Autore al suo pubblico:


AI LIBERTINI

Voluttuosi di ogni età e sesso, dedico quest'opera a voi soli: nutritevi dei suoi principi, favoriranno le vostre passioni! E le passioni, verso le quali certi freddi e piatti moralisti v'incutono terrore, sono in realtà gli unici mezzi che la natura mette a disposizione dell'uomo per raggiungere quanto essa si attende da lui. Obbedite soltanto a queste deliziose passioni! Vi condurranno senza dubbio alla felicità. Donne lascive, la voluttuosa Saint-Ange sia il vostro modello! Secondo il suo esempio disprezzate tutto ciò che è contrario alle leggi divine del piacere che l'avvinsero per tutta la vita. 
Fanciulle rimaste troppo a lungo legate ad assurdi e pericolosi vincoli d'una virtù fantasiosa e di una religione disgustante, imitate l'appassionata Eugénie! Distruggete, calpestate e con la stessa rapidità, tutti i ridicoli precetti che vi hanno inculcato genitori imbecilli!
E voi, amabili dissoluti, voi che fin dalla giovinezza avete come unici freni i vostri stessi desideri e come uniche leggi i vostri stessi capricci, prendete a modello il cinico Dolmancé! Spingetevi agli estremi come lui se, come lui, volete percorrere tutti i sentieri in fiore che la lascivia aprirà al vostro passaggio! Convincetevi, alla sua scuola, che solo ampliando la sfera dei piaceri e delle fantasie, solo sacrificando tutto alla voluttà, quell'infelice individuo conosciuto sotto il nome di uomo, scaraventato suo malgrado in questo triste universo, potrà riuscire a spargere qualche rosa tra le spine della vita.

D. A. F. de Sade [1740 - 1814]

Mi sono permesso di evidenziare i tratti che, della suddetta ode, costituiscono i tratti più salienti del messaggio che l'Autore vuole lasciarci.
Dunque la Natura si aspetta qualcosa da noi, invitandoci a disporre delle passioni da Lei donateci (che altro non sono che i Sensi a cui alludo spesso nei miei precedenti interventi) come unico mezzo per raggiungere questo fantomatico obiettivo. E quale sarebbe questo obiettivo? A mio avviso il nostro semplice obiettivo è sfruttare tutti i doni che la Natura ci ha concesso, dal primo all'ultimo, dalla capacità di manipolare il Creato a nostro vantaggio alla possibilità di estendere il nostro intelletto a dismisura, dispensando le nostre conoscenze come fossero beni superflui dei quali non ci turba il pensiero di condividerli con chicchessia; quale miglior modo, infatti, di dimostrare la nobiltà del proprio aureo stampo se non rendendoci necessari per il prossimo affinché una nozione a noi nota diventi tale anche per colui che, per diversa estensione d'intelletto (magari minata da stupidi preconcetti assunti per luogo comune oppure soffocati dai concetti dettati dall'etica e dalla morale), non hanno la nostra flessibilità nel raggiungere determinati asserti?
Non dobbiamo dimenticare poi che tutti gli esseri viventi sono mossi dal vento della Passione, dei Sensi, dell'Istinto, l'ancestrale richiamo allo stato puro ed incontaminato del Creato. Da questa tempesta sono trascinati Paolo e Francesca nel II cerchio dell'Inferno, ed anziché essere ivi confinata dovrebbe soffiare in tutto il Creato, condurre le nostre esistenze poiché insita nella natura del genere animale al quale noi stessi apparteniamo.
Che altro aggiungere, invece, sul disprezzo di tutto ciò che è contrario alle leggi divine del piacere (rammentiamo che il Marchese, nel suo sfrenato ateismo a cui tutti dovrebbero ispirarsi, conferisce il titolo di divus al suo precedente originario destinatario)? Ritengo che sia l'argomento a me più caro e sul quale sono intervenuto assai tanto che provo a convincermi che il messaggio sia penetrato a sufficienza; per ulteriori dettagli, le mie precedenti dissertazioni forniscono messaggi più profondi e dettagliati, per cui invito alla loro consultazione.
Ma è l'inciso conclusivo che sussume il lascito del Marchese: colui che si sforza a non dedicare neanche un'istante alle scelte dettate dalle Passioni rimarrà isolato come un naufrago su quel granello di sabbia facente parte dell'immenso litorale che la Natura ci ha lasciato; chi vive in tal guisa commetterebbe il medesimo errore di colui che decide di acquistare un'autovettura da corsa per poi non superare mai i 30 km/h.
Seppelliamo le chimeriche spine della condotta etico-morale, lasciamoci cospargere di petali di rosa dai nostri Sensi, e che la vita sia sempre un'occasione da cui trarre vantaggi e giammai rimorsi nel momento della dipartita.

A. G.