giovedì 7 agosto 2014

L'uomo e la bestia: raffronti e confronti.

Quanti di noi, nel corso dell'esistenza, non hanno mai provato affezione nei confronti di una bestia? Prima o poi, soprattutto in tenera età, un meticcio dagli occhi dolci ammalierà il nostro animo, oppure saranno le fusa di un certosino a farci crogiolare nella beatitudine e nella dolcezza. Che dire di tutto ciò? Atteggiamento sbagliato e deleterio, se non preceduto da opportune precauzioni razionali. Ragioniamo insieme.

Il semplice pensiero di dedicare anima, vita e corpo alle cure di una qualsivoglia bestia è una madornale abnegazione della natura umana: già è riprovevole il dedicare anima e corpo al prossimo (come ho avuto modo di spiegare nell'intervento rubricato "Ama il prossimo tuo meno di te stesso"), ma ancora più biasimevole è dedicarsi ad una bestia.
Pur essendo creature dotate di animo e di ragione (seppur circoscritti ed esplicati in base alle loro caratteristiche naturali) non sarebbero mai in grado di ricambiare quanto viene loro dato, e cosa fanno allora? Si adattano allo status quo limitandosi a dimostrazioni di sottomissione e, talvolta, di utilitarismo: il cane difenderà il vostro territorio spacciandolo per proprio, il gatto vi farà le fusa per ricordarvi di dargli da mangiare pur essendo in grado di procurarselo da solo, il canarino gorgheggerà o per reclamare cibo o per stordirvi i timpani e convincervi a liberarlo.
Nulla di sbagliato in tutto ciò: anzi, è perfettamente conforme alla loro ed alla nostra Natura. L'errore sorge nel momento in cui i mugolii di un cucciolo vi inteneriscono e vi inibiscono il raziocinio, facendovi pensare esclusivamente al bene della bestia. Veramente basta così poco per far cedere il vostro animo? Se cedete con un uggiolio, di fronte alle urla monsoniche della vita vi annichilirete?

È giusto, talvolta, considerare le bestie come degli esseri superiori all'uomo, giacché hanno conservato l'istinto naturale che l'essere umano ha sostituito con l'etica, la morale e la superstizione: ma mai al mondo costoro debbono essere considerate il fine del nostro agire, perché in quel momento noi ci ridurremo a loro schiavi, inibendo le infinitesimali possibilità di azione offerteci dalla Natura al momento della Creazione. Si creerebbe un circolo di interdipendenza foriero di inutili sofferenze e menzogne. Esse sono un mezzo di cui servirci, uno dei tanti utensili messi a nostra disposizione.
Dove e quando sorge la sofferenza? Nel momento della morte della bestia. Spesso l'uomo non rammenta che, salvi i casi di morte non naturale, la vita delle comuni bestie domestiche è ben inferiore al ciclo di vita umano: i cani di piccola taglia arrivano raramente poco oltre i 20 anni, mentre i cani di grossa taglia non arrivano ai 15; il gatto vive, in media, all'incirca 15 anni; il coniglio non arriva a compiere due lustri, il criceto neanche un lustro.
Orsù, ditemi: secondo quale logica dovremmo affezionarci oltremisura ad un qualcosa che perirà prima di noi? Non ci sarebbero risparmiati patemi ed inutili piagnistei se rammentassimo questa non trascurabile statistica?

Che fare, dunque? Come e quanto "donarsi" al nostro affettuoso cagnolino? Con le dovute accortezze, potreste persino donarvi in toto alla bestia. E quali potrebbero essere alcune delle succitate accortezze?
Innanzitutto, qualunque cosa possa accadervi e qualunque cosa vi possa ferire o turbare, usare la bestia come fosse un Muro del Pianto è fallace ed inconcludente. A che pro comunicare le nostre debolezze ad un essere che non è in grado di fare altro se non chiedere attenzioni e sostentamento? Certamente è meglio sfogarsi con un animale che rischiare di confidarsi con un altro essere umano ed essere poi pugnalati alle spalle (in tal caso, è opportuno scegliere saggiamente con chi condividere le proprie debolezze), ma in ogni cosa ci vuole la giusta misura.
Proseguendo, non dimenticate quanto già dichiarato poc'anzi: l'affezionarsi ad un qualcosa (una qualunque cosa, anche inanimata) che non ci sopravviverà è solo una fonte di sofferenza, e piuttosto che aggiungere sofferenze a quante ce ne potrebbero capitare in futuro, è opportuno predisporre un'esistenza esposta il meno possibile alle sofferenze.
Infine, e qui concludo, è opportuno rammentare anche quanto dichiarato in un precedente intervento (rubricato "Gli animali e le bestie"): la bestia domestica resta un mezzo, un nostro bene, un accidente sottoposto al nostro arbitrio; invertire la situazione ci renderebbe inferiori persino alle bestie, perché avremo perso l'esercizio della volontà, il dono più grande e potente che mai avremo modo di avere.

A. G. 

sabato 5 luglio 2014

Nihil volenti difficile.

Quanti di voi si sono mai sentiti dipendenti da qualcosa? Pensiamo al fumatore che dipende dalla nicotina, ovvero pensiamo all'avaro che non riesce a separarsi dal denaro raggranellato nel corso del tempo. Ma cos'è questo elemento accidentale dell'esistenza, questo quid che tanto è in grado di influenzare il nostro percorso? E soprattutto, è concepibile una compatibilità tra l'essenza umana e lo stato di dipendenza? Ragioniamo.

Innanzitutto, cosa vuol dire essere dipendenti da qualcosa? Dal punto di vista meramente pratico, possiamo definirlo come uno stato di necessità che ci spinge ad assumere od utilizzare un determinato bene per trarne sollievo ovvero, nei casi più incalliti, sopravvivenza. Ma badate, deve essere un bene che esula dal normale flusso naturale delle cose (sarà, dunque, errato asserire che gli esseri viventi "dipendono" dall'ossigeno, non essendo ammissibile immaginare un sistema in cui l'essere vivente sia in grado di sopravvivere senza di esso), un bene che, pur non utilizzato, non impedirebbe comunque il nostro ciclo vitale.
Premesso ciò, passiamo alla prossima tessera del domino: come si entra nel circolo di dipendenza? Qui il numero di cause si mimetizza perfettamente con la sabbia del deserto, essendo riscontrabili migliaia di punti di partenza da cui poi esplode la dipendenza.

A questo punto, possiamo coadiuvarci con una delle dipendenze più emblematiche e diffuse: la dipendenza da nicotina (il medesimo discorso può affrontarsi con ogni altro bene di dipendenza, pur mutando le cause).
Come ha inizio questo circolo? Tanto più gli anni passano, tanto più l'età minima in cui si inizia a fumare si abbassa, e tra tutte le cause che si imputano a ciò, quella vincente è sempre la stessa: per "giocare a fare i grandi". Ma è veramente così? Non si può negare che è l'iniziare a fumare spesso è il primo segno di emersione dal marsupio materno, il primo dei mille atti egoistici che l'uomo si prefissa in ogni suo agire. 
Ma allora, giunto il tempo in cui l'infante non è più tale, quando ormai è in possesso di tutti i mezzi fisici ed ideologici necessari per emergere, perché persistere ad utilizzare un espediente che oramai ha esaurito la sua efficacia? Interviene la Natura ed i suoi ingranaggi, di modo che esso, anche se mero accidente, diviene vitale. Ecco incorrere, dunque, la dipendenza.

Bene, dopo aver dissertato a lungo su questo status, bisogna analizzare come la dipendenza si rapporta con l'essenza umana. Ebbene, in sé potrebbe benissimo esistere un mondo senza dipendenza, e cercherò di spiegarvi il perché.
Spesso si recita il brocardo nihil volenti difficile, per sottolineare quanto la volontà dell'uomo sia in grado di devastare e riformare quanto lo circonda. E di fronte ad una forza così poderosa, nulla impedisce all'uomo di rivolgere la medesima volontà verso se stesso. L'esito di questo scontro "volontà vs dipendenza" può avere l'esito più vario, ma la volontà, così come ogni arma, è tanto più micidiale quanto più forte è l'animo del'uomo: è scontato che un uomo di debole e succube indole, senza certezze e senza obiettivi che sia in grado di raggiungere, sarà assuefatto dalla dipendenza e dall'inettitudine, disintegrando il proprio animo e macerando le proprie carni; l'uomo risoluto e sicuro delle proprie possibilità (siano esse lungimiranti o dirette a questioni bagatellari) non potrà soccombere dinanzi alle lusinghe della dipendenza.

Non è fuori luogo una questione di questo tipo: abbiamo affermato che è la Natura ad instillare nel nostro corpo la sensazione di dipendenza da un determinato bene, ma allora il contrastare la dipendenza equivale a violare i limiti fissati dalla Natura? Ebbene, la risposta è negativa. Le leggi della Natura impediscono all'essere umano di volare, eppure ha fornito comunque all'uomo la possibilità di scoprire e realizzare altri modi per perseguire lo scopo; per le stesse ragioni, non vige alcuna antinomia nell'immaginare una volontà in grado di contrastare gli impulsi psico-fisici della dipendenza.

Ricolleghiamoci ora, in conclusione, ad un quesito lasciato in sospeso poc'anzi: perché persistere ad utilizzare un espediente che oramai ha esaurito la sua efficacia? Semplice: la "dipendenza" diviene un nostro strumento, un mezzo che siamo liberi di sfruttare per perseguire i nostri obiettivi, senza che essa possa mai condizionare le nostre scelte. Laddove esiste una volontà vincente rispetto alla dipendenza, quest'ultima (pur inducendo nel nostro organismo e nella nostra psiche gli effetti collegati a ciascuna fonte di dipendenza) non sarà mai in grado di soggiogarci. Quanti baldi giovani utilizzano la scusa della sigaretta per intrattenere un anche minimo dialogo con l'avvenente fanciulla conosciuta quella sera? Per non parlare del traffico clandestino di stupefacenti: quale miglior modo per lucrare a causa della dipendenza e della debolezza altrui?

martedì 10 giugno 2014

La porta dell'anima.

Tema complesso, quello che intendo affrontare in questo intervento. Complesso come quello dell'amore, complesso come la vita. Introduciamo il tema dell'anima. Come giustificare le sensazioni che percepiamo lungo il corso della nostra letale esistenza?
Non intendo discutere, in questa sede, dei profili della psicologia, non essendo in possesso di una sufficientemente ampia conoscenza della materia in grado da rendermi legittimato ad affrontare il tema; l'obiettivo sarà quello di analizzare il backstage del percorso dell'anima dalla nostra interiorità all'esterno, e viceversa. Inoltre, esuleremo (ovviamente) dal concetto di "anima" sostenuto dalle varie dottrine religiose, ovviamente diretto ad aumentare il numero di accoliti e quindi soggettivamente orientato. Cerchiamo di basarci su dati più concreti ed oggettivi possibili, per quanto l'anima sia un'elemento in sé astrattamente concepibile.
Dette queste premesse, ragioniamo.

L'anima è quell'elemento innato e necessariamente incatenato all'esistenza di ciascun essere vivente e ne costituisce l'elemento di differenziazione (o, talvolta, di comunione, ma mai di omologia). A sostegno di ciò, adduciamo qualche esempio:
- l'anima è senz'altro un elemento determinante nella formazione del carattere di noi esseri umani: le modalità di educazione e gli eventi incisivi dei primi anni di vita sono elementi accidentali, che hanno una ben limitata influenza sulla nostra crescita interiore. Possiamo essere cresciuti per essere forti come lupi e scaltri come volpi, ma se dentro di noi alberga l'anima da pecora o da somaro, non saremo mai all'altezza del percorso che ci è stato faticosamente spianato.
- l'anima è alla base delle nostre sensazioni di benessere e soddisfacimento fisico e/o interiore, chiamiamoli, secondo l'uso comune, "gusti personali": perché mai il noto brocardo afferma che de gustibus non est disputandum? L'uso della perifrastica non è casuale: non si devono discutere i gusti altrui, perché essi sono indissolubilmente legati alla nostra anima e sottratti al nostro soggettivo giudizio, non ci si può aspettare un comportamento contrario a quello insito nel nostro animo. Se a Tizio piace il colore rosso ed a Caio piace il colore blu, nessuno potrà condannare quest'ultimo perché il suo colore preferito è diverso da quello di Tizio.
- l'anima detta le nostre emozioni, manifesta le sensazioni che determinati eventi o circostanze suscitano nel nostro animo (termine non casualmente utilizzato). Detto ciò, la persona che si commuove dinanzi ad una scena ricca di pathos sarà non a torto accostabile all'individuo che, dinanzi alla medesima scena, reagirà russando rumorosamente.
Permettendoci una storpiatura del sopracitato brocardo, sarebbe più generalmente applicabile l'inciso "de animo non est disputandum", sì da ricomprendere ogni possibile sfaccettatura dell'interiorità umana.

Dopo questa chilometrica definizione, passiamo al prossimo quesito: come si lega, dunque, l'anima con il Creato? Domanda che, premesso quanto detto poc'anzi, potrebbe risultare di ovvia risposta. Tuttavia, integriamo.
Ognuno di noi apprezza qualcosa in ragione di ciò che quella determinata cosa ci trasmette o ci dona: a sostegno di ciò adduciamo la musica, l'arte più duttile e malleabile a disponibilità del genere umano.
Prendete un brano di musica classica, sia esso un notturno di Chopin od una messa di Mozart, e fatelo ascoltare a dieci persone diverse: ognuna di esse vi proferirà un'interpretazione diversa. Questo perché l'innata anima di ciascuno guida i nostri pensieri e le nostre emozioni verso una determinata strada di ragionamento su ciò che la vita ci presenta.
E se invece prendessimo dei brani musicali contenenti un testo scritto dall'autore o da altrui? Difficilmente potrà compiersi il medesimo percorso di interpretazione, e questo perché? Le parole scritte dall'autore del testo contaminano la musica con il lascito della sua anima, e ciò rende il brano incompatibile con l'anima di ciascuno dei destinatari della canzone, perché quella musica accostata a quel determinato testo susciterà le sensazioni percepite dall'autore solo nei confronti di quest'ultimo, e difficilmente queste saranno omologhe a quelle percepite da un casuale ascoltatore, corrompendone la purezza.

Immaginiamo la nostra interiorità come una grande biblioteca, ricca di gusti e di sensazioni, di esperienze ed eventi. Chiudiamo a chiave questa stanza con una porta di vetro, e diamo a questo uscio il nome di "anima":
- la resistenza dell'uscio dipenderà dalla debolezza o dalla forza d'animo del soggetto;
- il vetro sarà o più o meno opaco a seconda del grado di apatia dell'individuo.
Ma ci sarà una chiave per aprire questa interiorità ed accedere ai suoi tesori, per disperderli nel mondo ed accumularne di nuovi? Certamente sì, una di queste è proprio la sopracitata musica (la musica, invero, ne possiede addirittura 7, di chiavi) insieme a tutto ciò che è in grado di risvegliare il nostro intelletto ed a lasciarci andare ai tragitti percorsi dal nostro animo.

Chiudiamo l'intervento rispondendo ad un ultimo quesito: le bestie sono in possesso di un'anima?
Avviamo l'analisi del tema introducendo la nota teoria di Duncan MacDougall sul "peso dell'anima" equivalente a 21 grammi. Per sintetizzare, costui poneva i pazienti la cui morte era imminente (i casi furono 6) su di una bilancia, e rilevava un calo di peso medio di 21 grammi nel momento in cui sopraggiungeva il decesso (in realtà i risultati furono molto variabili, con improvvisi cali ed aumenti di peso e con un solo caso di perdita di peso pari a 21 grammi). Costui, a sostegno di questa fantomatica teoria priva di alcuna prova scientifica, avrebbe provato il medesimo esperimento su 15 cani, e giustificò la mancata variazione di peso adducendo la dottrina cristiana (ebbene sì, anche qui mette lo zampino!) per cui le bestie non hanno anima.
La tesi addotta dall'insigne medico è accoglibile? Dal punto di vista scientifico, decisamente no; dal punto di vista teorico-filosofico, è sbagliato attribuire alle bestie un'essenza tipicamente umana?
Secondo chi vi scrive, è possibile rilevare prove relativamente "tangibili" sull'esistenza di un'anima bestiale: l'istinto di difesa di un cane rivolto alla proprietà dei propri padroni, la madre che difende i propri piccoli dalle minacce dei predatori, oppure pensiamo all'ilare immagine del cane che "accompagna" col canto il padrone che suona il pianoforte, lanciandosi in guaiti e lamenti degni della Scala di Milano.
Prove di certo opinabili, ma il tema dell'anima è labile per definizione. Lasciamo che sia l'uomo ed il suo duttile ingegno a scoprire i segreti ed i meccanismi di quanto la Natura ci ha lasciato.

A. G.

domenica 27 aprile 2014

Gli uomini e le bestie.

Non è trascorsa neanche una settimana che già sono di nuovo qui, pronto a parlare con voi di un argomento di cui progettavo da tempo la stesura: l'essere umano e le bestie.
Iniziamo con una prima obiezione che mi si potrebbe fare: "perché chiamarle bestie? Non le si può chiamare animali?", e la risposta è no, per un semplice motivo: parlare di "uomo ed animali" sarebbe come distinguere l'aquila dagli uccelli. Questo perché l'uomo è compreso nella specie animale. Ma l'uomo, nella sua superbia e presunzione, ritiene un insulto chiamare se stesso "animale", ed ecco perché adesso la parola "animale" è sinonimo di "bestia". Andando per sillogismo, allora, anche gli uomini sono bestie, il che non è molto lontano dalla realtà, come si avrà modo di vedere nel prosieguo.

Gli animali sono la macrocategoria, che si suddivide in 2 categorie: le bestie e gli esseri umani. Dove sta la differenza? Gli esseri umani sono quegli animali ai quali la Natura ha fatto dono di potenze più sviluppate rispetto a quelle spettanti alle bestie, da quelli più ancestrali come il pollice opponibile, fino ad arrivare a caratteristiche più complesse, talvolta comuni talvolta diverse per ciascun essere umano.
Nonostante ciò, l'uomo e la bestia hanno un unico grande denominatore comune: ambedue sono dotati della Ragione: ma mentre nelle bestie essa resta vincolata dalle sue caratteristiche anatomiche, l'uomo ha spinto agli estremi la propria sete di conoscenza e di dominio, allontanandosi dalla purezza del Creato e vincolandosi a sua volta con istituti e precetti antinaturali.
Ritenete assurdo che le bestie siano dotate di Ragione basandovi esclusivamente sulla loro apparenza? Ebbene, cercherò di convincervi adducendo alcune dimostrazioni.

Come primo esempio vi porto i Didelfidi (aka Opossum): in presenza di un pericolo è in grado di difendersi, ma laddove il predatore si dimostri naturalmente superiore, gioca d'astuzia e si finge morto, sfruttando l'elemento sorpresa per sfuggire da morte certa. Un sistema analogo è utilizzato dalla femmina che, per difendere i propri piccoli, distrae il predatore fingendosi morta; quest'ultimo, distratto ed incuriosito dalla preda servitagli così facilmente, distoglierà l'attenzione dai piccoli, che si dirigeranno verso un limitrofo luogo sicuro. Non appena i piccoli sono fuori pericolo, la madre "riprende vita" e scappa, lasciando a bocca asciutta il confuso e buggerato predatore.

Facendo un salto indietro di millenni, sia Erodoto (Storie, II, 68) sia Aristotele (Storia degli Animali, IX, 6) sia Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, VIII, 37) raccontano l'episodio del coccodrillo e del trochilo: questo uccellino penetra nella bocca del coccodrillo e gli ripulisce i denti del cibo di cui il rettile si è nutrito, e quest'ultimo, in ragione del favore ricevuto, non divora la bestiolina. Ai giorni nostri, il trochilo è classificato come pluvianus aegyptius, noto altresì come "guardiano dei coccodrilli" ovvero "spazzolino del coccodrillo".

Anche passando ad esempi più contemporanei e più facili da notare (ad es. il cane sa dimostrare quando è affamato o quando gli scappa un bisogno, il gatto sa che strategia usare per catturare il topo, mentre a sua volta il topo saprà architettare una strategia per sfuggirgli) emerge chiaramente il raziocinio delle bestie.

Risultati particolarmente interessanti sono riscontrabili nell'interazione tra l'uomo e la bestie: questo è il momento più naturale del Creato, ecco i due animali a confronto. Il confronto, come facilmente intuibile, può assumere 2 aspetti:

Lo scontro
Il meno comune al giorno d'oggi (per quanto desti tuttora un curioso interesse) ma di certo il più ancestrale dei confronti, il baluardo della spinta istintuale della nostra natura animale.
Presuntuosamente, l'uomo erge se stesso ad animale contro il quale la bestia non ha speranze, giocando tutto sulla malleabilità della sua Ragione; conclusione inesorabile, per chi ha venduto il proprio raziocinio a lusinghe melense ed a incoerenze diffuse su scala planetaria. Le fiabe di Esopo e di Fedro hanno innalzato lo stereotipo dell'astuzia vittoriosa sulla forza bruta (che, se applicata a determinati contesti, è senz'altro un valido esempio), ma chi ragionerebbe mai con un animale dotato di una Ratio diversa dalla propria?
Quale uomo si metterebbe a discutere con un leone, od inizierebbe a ragionare sul modo più astuto di sfuggire alla bestia? Non accadrà mai, perché l'istinto risponderebbe ed agirebbe per lui: anziché "prendi i soldi e scappa" (per citare una nota pellicola di Woody Allen), la risposta sarà "molla tutto e scappa". La reazione sarebbe la medesima anche con la consapevolezza che la Natura ha dotato la bestia di doti superiori alle nostre, dunque anche in situazioni dove la speranza di uscirne illesi è dettata più da scaramanzia che non da oggettività (nessuno potrà mai credere di poter seminare un ghepardo affamato in velocità o di poter superare una tigre in forza, chiunque lo pensasse sarebbe uno stolto superficiale).

La schiavitù cooperativa
Ecco l'effetto più comune del nostro rapporto con le bestie: divengono o i nostri giullari o i nostri schiavi, tanto dei nostri capricci quanto delle nostre passioni. Pensiamo alle mute da caccia, o alle bestie circensi che tanto appassionano gli infanti, o alle gare di bellezza dove i cani vengono agghindati come fossero delle ghirlande da appendere sopra al caminetto.
Qualcuno obietterà "e che dire, invece, delle bestie da compagnia?" Domanda tautologica, giacché la risposta sta nella definizione: bestie da compagnia, destinate a far sfogare gli uomini delle proprie paranoie e dei propri patemi. La bestia da compagnia non ti dirà mai che sei brutto, non ti dirà mai che sei grassa, non ti dirà mai che la moglie che ami tanto, mentre vai a sgobbare in fabbrica per portare il pane in tavola, accoglie nella propria alcova un uomo diverso a settimana. E perché? Semplice: perché non può, o meglio, può farlo nei limiti che la Natura gli ha concesso (pensate al cane che abbaia furiosamente contro un ospite, o si tratta di uno sconosciuto o di uno che conosce particolarmente bene uno dei coniugi).
E perché definire questa schiavitù "cooperativa"? Vi rispondo con l'ausilio di una seconda domanda: perchè mai una bestia dovrebbe sottostare ad un tale trattamento, perché dovrebbe sopportare tutte le coccole della "mammina" quando il suo più grande desiderio sarebbe correre libero in un parco accanto ai propri simili? Non è altro se non un mero do ut des: io ti do le attenzioni ed ascolto i tuoi sfoghi, tu riempimi la ciotola e svuotami la lettiera! Ecco dove sta la cooperazione di interessi, ecco la causa del contratto. Pure congetture basate sull'aria fritta, direte, ma l'egoismo non guida solamente le azioni maschili, ma guida ancora di più quelle delle bestie. E nella Ratio bestiale, non si morde la mano che ti prepara il cibo in scatola e ti risparmia la caccia e la corsa da fare dietro alla preda, per quanto nulla gli vieti di mingerti sulla moquette (se non evitare la scudisciata).

Concludo con una piccola storiella: c'era un albero di mele che cresceva nelle prossimità di un pendio, ed accanto a questo albero scorreva un impetuoso fiume.
Quando l'albero diede frutto, molte mele caddero in acqua e vennero portate via dalla corrente; altre, invece, caddero in prossimità del pendio e rotolarono giù; infine, altre caddero a terra e divennero il cibo per gli insetti.
Non importa che fine abbia fatto ciascuna mela, sempre mele rimarranno.

A. G.

martedì 22 aprile 2014

La "Scommessa di Pascal".

Ritorno a scrivere in occasione di un traguardo particolare: le 1000 visualizzazioni. In ragione di ciò, premetto i miei ringraziamenti per tutti coloro che hanno avuto il tempo di soffermarsi a leggere, anche solo per qualche riga, le mie dissertazioni, illudendomi che le visualizzazioni sorgano per spontaneo interesse e non per errore nella scelta del sito da visualizzare.

In occasione della trascorsa festività pasquale, affrontiamo nuovamente il tema religioso, incentrando il ragionamento su di un brano molto famoso e di larga applicazione.
L'agnello sacrificale è il filosofo Blaise Pascal, ed il brano scelto è quello inerente alla famosa "scommessa sull'esistenza di Dio".

" [...] Valutiamo questi due casi: se vincete, vincete tutto, se perdete non perdete nulla. Scommettete, dunque, che Dio esiste, senza esitare.[...] " 
[B. Pascal, Pensieri, 233]

Approfondiamo dunque l'analisi e sussumiamo i risultati della "scommessa":
1) se Dio esiste e noi abbiamo creduto, guadagneremo il premio da Lui promessoci nelle Sacre Scritture;
2) se Dio esiste e noi non abbiamo creduto, perderemo il premio testé citato;
3) se Dio non esiste e noi abbiamo creduto, non avremo perso nulla né guadagnato alcunché;
4) se Dio non esiste e noi non abbiamo creduto, di nuovo non perderemo né guadagneremo nulla.

Secondo quanto detto in precedenti dissertazioni, i primi 2 punti sarebbero subito eliminabili per l'assurdità contenuta nella protasi, ma vediamo di complicarci la vita e di analizzare più a fondo la questione. 
La stessa Bibbia, in Eb. 11:1, ci dice che "la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono"; siamo dunque di fronte ad una definizione generale di "fede", senza alcun riferimento alla divinità cristiana (inciso anacronistico, giacché nell'Antico Testamento non si può ancora parlare di cristianesimo). Dunque, ciascuna fede interpreterà il suddetto passo secondo i dettami del proprio Credo, originando tante teorie quanti sono le credenze del Creato.
Anche il panteismo naturalistico (la corrente di pensiero che impregna il mio pensiero mentale, scritto ed orale) di matrice spinoziana è una fede, ma essa ha quel quid in più che nessun'altra fede teocentrica possiede. Prendiamo il secondo inciso del passo (la fede è [...] dimostrazione di realtà che non si vedono) e constatiamo che una dimostrazione della realtà esiste, anzi, essa è la pietra di volta del sistema panteistico. Siamo in possesso di 2 mezzi di dimostrazione: uno teorico, costituito dalla Ragione, ed uno pratico, costituito dalle leggi naturali.

Prendiamo ad esempio un caso banale: il principio di Archimede. Frammentiamone la dimostrazione:
- elemento teorico = formulazione del teorema: ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido (liquido o gas) riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto, uguale per intensità al peso del fluido che occupa nel volume spostato.
- elemento pratico = esempi: la nave galleggia in acqua, la mongolfiera sale verso l'alto, etc.

Ecco emergere dunque l'insufficienza del Credo cristiano, la sua deficienza nel calarsi nel Creato, proprio perché è carente di dimostrazioni concrete, necessità che, col trascorrere dei millenni, è divenuta sempre più impellente.

Proseguendo con gli ultimi 2 punti della sussunzione, trovandoci in presenza di una protasi conforme al Credo panteistico, analizziamo la comune apodosi, che in ambo i casi dovrebbe subire una variazione:
- se Dio non esiste e noi abbiamo creduto, avremo perso molto e non avremo guadagnato nulla;
- se Dio non esiste e noi non abbiamo creduto, non avremo perso nulla ed avremo guadagnato molto.

Il perché di questa modifica? Semplice: il credere in Dio comporterebbe uno stile di vita e di pensiero che poco si conforma con il progetto di vita che ci spetta (nulla ci può vietare di desiderare una donna di un altro, nulla ci può obbligare ad onorare i propri genitori, nulla ci può obbligare a dire sempre il vero). Per non parlare poi delle ripercussioni sul nostro intrinseco istinto utilitaristico.
Prendiamo, ad esempio, una delle più celebri affermazioni contenute nel Nuovo Testamento: "Se qualcuno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra." [Mt. 5:39] Quando mai questa fattispecie sarebbe rispettata nel nostro contesto, dove la reazione più naturale è ripagare con la stessa moneta (o addirittura a maggior caro prezzo) l'aggressione subita? L'uomo, in quanto animale privilegiato, non può che essere soggetto alle stesse indoli delle bestie, ove il non reagire ad un aggressione è indice di debolezza e di biasimo da parte degli altri. Basti pensare alle lotte tra i maschi di un branco per conquistare la femmina con cui accoppiarsi, ove talvolta lo sconfitto è indotto ad abbandonare il branco; oppure, prendendo un esempio meno complesso, pensiamo al cane che viene aggredito e morso da un altro cane, qui le scelte sono 2: o reagire all'offesa subita (con la possibilità di riscattarsi e dimostrare la propria superiorità) oppure sottomettersi al più forte ed essere sconfitti in partenza.

Pertanto, secondo quale criterio vige il divieto di falsa testimonianza, ove la verità ci porterebbe più danni che vantaggi? Chi può vietarci di sedare le proprie pulsioni sessuali tanto verso di sé tanto verso l'oggetto del proprio desiderio?
Emerge la semplicità dell'individuazione degli innumerevoli limiti scaturenti dalla credenza cristiana, soprattutto nella consapevolezza che, come scritto nella protasi, la deità non esiste.
Di conseguenza, la scommessa di Pascal ci conduce ad un'errata visione della natura delle cose, come si è cercato di dimostrare.

Un'ultima domanda dobbiamo porci, prima di chiudere il tema: perché questo stratagemma ha avuto così larga diffusione? A mio pare, la soluzione è sussumibile in una parola: pigrizia.
Infatti i "fedeli", non avendo voglia di stare a riflettere sul perché e sul percome Dio dovrebbe esistere, si giustificano recitando i 4 punti testé analizzati, dimostrando la loro scarsa lucidità mentale e l'accidia del loro raziocinio, elemento paradossalmente riprovevole anche agli occhi della fede cristiana.

Concludo l'intervento ringraziando nuovamente per il traguardo, augurandomi un maggior afflusso di lettori interessati alle tematiche affrontate. A presto.

A. G.

mercoledì 5 febbraio 2014

Per amore o per interesse? Omnia Vinxit Amor #1

Ritorno a scrivere affrontando un tema complesso, quasi eterno: quello dell'amore. 
Come titolo di questa rubrica, ho storpiato il noto brocardo di Virgilio Omnia vincit Amor (Bucoliche X, 69) semplicemente cambiando una lettera: Omnia vinxit Amor. Amore che lega ma amore che incatena, amore che trattiene ma amore che protegge. Così sfaccettato, così caotico, che sarebbe impossibile riuscire a comprenderlo in un unico fascio, giacché uno solo dei suoi innumerevoli elementi conta più di qualsiasi fascio. 
Mi accingo ad affrontare il tema dell'amore sotto un aspetto a mio avviso basilare, ossia l'amore correlato alla visione utilitaristica che impregna in ogni dove l'esistenza di ogni singolo essere umano: con ciò, mi riservo di coadiuvarmi di un estratto de L'arte di trattare le donne di Schopenhauer, considerato (giustamente o meno, a seconda dell'interlocutore) baluardo della misoginia moderna; l'estratto, non a torto, si intitola "Per amore o per interesse?". Leggiamo:

L’uomo che nello sposarsi bada al denaro invece che a soddisfare la propria inclinazione vive più nell'individuo che nella specie, il che è l’esatto contrario della verità e si presenta quindi come contro natura, suscitando un certo disprezzo. Una fanciulla che, ignorando il consiglio dei genitori, respinge la domanda di un uomo ricco e non vecchio per scegliere solo secondo la sua tendenza istintiva, passando sopra a tutte le considerazioni di convenienza, sacrifica il suo benessere individuale a quello della specie. Ma appunto per ciò non le si può negare un certo plauso, avendo ella preferito ciò che è più importante e agito nel senso della natura (e più precisamente della specie). 
[A. Schopenhauer]

Perdonami, caro Arthur, ma permettimi di analizzare questo tuo inciso come meglio si cala nella realtà dell'esistenza e nei precetti razionali, e di metterne ivi in luce i tratti maggiormente contestabili. 
Innanzitutto, ti si può dare piena ragione quando affermi che "l'uomo che nello sposarsi bada al denaro [...] vive più nell'individuo che nella specie", ma sorge l'amaro in bocca nel momento in cui concludi affermando che ciò "si presenta quindi come contro natura". Trovo inconcludente separare la bramosia di denaro dalle inclinazioni umane (inclinazione intesa come "istinto ancestrale"), in quanto la bramosia di denaro è manifestazione delle proprie inclinazioni tese al possesso, che nel caso in esame è peculiarmente rivolta alla pecunia; sarebbe come separare e distinguere l'ossigeno dagli altri gas. Da ciò deriva l'inesattezza di tutto ciò che segue: difatti, la bramosia di denaro è dettata dall'inclinazione al possesso, dal desiderio di avere per sé quanto più ci aggrada, dunque ciò è perfettamente corrispondente alla verità dell'esistenza (giacché l'uomo è spinto istintualmente dal possedere ciò che desidera), ergo è perfettamente naturale; dunque, il disprezzo con cui si guarderebbe a questa falsa "non-naturalità" è da guardare con ancora maggior disprezzo.
Proseguendo, è d'uopo cercare di interpretare cosa sia l'individuo e cosa sia la specie, il che è abbastanza palese: l'individuo è la cura di se stessi, la specie è la cura del prossimo, e già svariate volte ho cercato di dimostrare come la cura del prossimo sia la rovina della nostra essenza, il rinnegamento del nostro istinto-madre: la nostra natura vive nell'individualità, sacrificarsi sull'altare della specie equivale a mozzarci la testa con le nostre stesse mani, è come l'agnello che si reca deliberatamente nella tana del lupo.

Proseguendo, Schopenhauer persiste nell'inversione già criticata nel primo periodo: giustamente si può plaudire la scelta della fanciulla di seguire i propri istinti a scapito di un futuro circondato dalle ricchezze (dopotutto, ciascuno di noi non può essere chiamato a giudicare delle scelte dei nostri simili, salvo che tali scelte possano condizionare od alterare i nostri obiettivi ed i nostri interessi); ma come si può affermare che ella, con tale decisione, abbia sacrificato l'individualità alla specie? La specie non ricopre nessun ruolo nella nostra esistenza, la specie non esiste se non come nozione per indicare la macrocategoria degli esseri viventi aventi tra loro caratteri comuni. Mai la specie può essere adita a stabilire e manovrare le nostre scelte, esistiamo soltanto noi come individui, muovendoci in un labirinto di scontri e alleanze, correndo e sgomitando il più possibile per raggiungere il nostro obiettivo. Pertanto ella non ha agito secondo il senso della natura, come fallacemente conclude l'Autore, ma ha agito seguendo i dettami dell'etica, che è il morbo più venefico di tutti.

Vedete, dunque, come l'amore incondizionato sia solo uno specchietto per le allodole. Ci sono molti altri elementi che entrano in gioco, e di fronte ad essi il valore "spirituale" dell'amore è destinato a soccombere. Ma non è questo il momento di arrivare ad una soluzione irruente e frettolosa sulla complessa questione aperta con questa dissertazione odierna, mi riservo di proseguire in futuro ed illudendomi di avervi aperto gli occhi, istigato la Ragione e stuzzicato l'interesse.

A. G.

sabato 4 gennaio 2014

La Stagione della Verità.

Inverno. Primavera. Estate. Autunno.
Questi non sono semplicemente i nomi con cui, da ancestrale usanza, si indicano le quattro stagioni, ma estendendone ulteriormente la portata è possibile vedere le varie sfaccettature con cui l'essere umano guarda al Creato, quante possibilità egli abbia di raggiungere la Verità e come ne determina la lucidità o l'opacità del modus vivendi.
Che dire dell'Inverno? Impietoso, ingombrante quanto la mole di abiti che dobbiamo indossare per sopravvivere alle sue pugnalate talmente fredde da bruciarci le viscere, il classico pretesto per rinchiuderci nel calore delle nostre dimore e lasciare che il mondo vada avanti. L'Inverno, a torto del suo nome, è davvero in grado di rendere la nostra vita un Inferno: esso chiude i nostri occhi con sferzate di vento antartico, screpola le nostre labbra a tal punto che una sola parola è in grado di tingerle di sangue, arrossa le nostre orecchie costringendoci a coprirli impedendoci di udire la Verità. La vita dell'Inverno è una vita cieca e stolta.
Si dovrebbe dire che il rovescio di quest'algida medaglia sia una vita rivolta alla Verità, augurandoci una eterna Estate a sostegno della gloria di quanto ci circonda, eppure non è così: innegabilmente le nostre menti sono più sgombre quando il Sole lancia i propri dardi infuocati sulla Terra, ma la canicola distrae i nostri pensieri ed arrugginisce i nostri ragionamenti, così da rendere la nostra vita ancora più stolta. E perché questo? Perché non siamo in grado di adattare il nostro intelletto al mondo che la Natura ha creato per noi esseri razionali, rivelando così la nostra indegnità a questo sommo privilegio a causa di cotanta debolezza.
Badate invece ai due equinozi. Il riferimento etimologico ad æquinoctium è superfluo, a noi è sufficiente percorrere la metà della strada, è sufficiente fermarsi ad æqui per carpire il sommo equilibrio di queste due stagioni: la nostra vita è equamente spartita tra Natura e Ragione, in modo da poter adattare il nostro intelletto all'ambiente in cui viviamo senza che l'uno sottragga valore all'altro, uguale spartizione come tra il Giorno e la Notte, sommo equilibrio a cui la nostra esistenza protende.
Ma è più equilibrata una vita in guisa di Primavera od in guisa di Autunno?
A tal proposito ritengo agevole inserire come deus ex machina un fenomeno atmosferico: la nebbia. Questa nube che tange il suolo, simbolo dell'Autunno tanto quanto l'albero rinsecchito e dalle foglie sanguinanti, è, a mio avviso, un monito rivolto a noi esseri viventi: ci sono cose oltre le quali non potremmo mai oltrepassare, se non a rischio della nostra vita e della nostra Ratio
La Primavera è per i superbi che credono di poter spiccare il volo gettandosi da un grattacielo, l'Autunno è per gli avveduti che riconoscono gli innati limiti stabiliti dalle leggi naturali. 
Viviamo la nostra vita come se fosse sempre Autunno, e ricordate: siamo venuti al mondo per fare grandi cose coi doni che ci sono stati riservati, ma queste cose, per quanto grandi, non saranno mai immense o mastodontiche od eterne come il progetto che la Natura ha costruito.

A. G.

venerdì 1 novembre 2013

Ama il prossimo tuo meno di te stesso.

Anche un flebile sospiro può essere musica per le nostre orecchie.
Il silenzio glaciale delle notti più oscure è l'ambiguo terrore di essere totalmente soli ovvero di essere circondati da innumerevoli entità che cospirano silentemente a danno della nostra persona e dei nostri progetti.
L'essere umano è stato posto dalla Natura non semplicemente come vertice intellettualmente intangibile, ma come primus inter pares con l'essere umano stesso; senza alcun altro essere intelligente ed intellegibile con cui interagire, il fine egoistico (insito non solo nell'uomo ma in tutti gli esseri in possesso tanto di volontà quanto di potenza) non sarebbe nemmeno qualificabile come fine, giacché sorgerebbe spontaneo il quesito "in che modo posso far emergere il mio ego senza nessuno a cui rivolgerlo?" Avete modo di concepire dunque l'altra faccia dell'aurea medaglia dell'egoismo: esso è volto a porre il nostro utile al di sopra di tutto, ma senza questo "tutto" nemmeno noi avremmo modo di qualificare il nostro egoismo.
Non è arduo pervenire a questo assunto: immaginiamo di trovarci in un mondo di cui ciascuno di noi sia l'unico essere (è d'uopo precisare che con la nozione "essere" sono da indicarsi esclusivamente gli esseri umani, se annoverassimo in questa categoria le bestie, il ragionamento non avrebbe seguito poiché è necessario il simultaneo possesso delle capacità intellettive ed intelleggibili testè citate, caratteristica propria del genere umano) esistente nel suddetto spazio. Dunque nulla potrebbe vietarci di agire in qualsivoglia maniera, senza preoccuparci di alcun rimprovero e di alcun biasimo di chicchessia, perseguendo senza ostacolo alcuno i propri interessi. Ma è proprio in questa deserta utopia che non sorgerà mai nella nostra mente l'inciso "sono una persona egoista", perché in questo mondo piatto e flagellato dai nostri capricci non vi è alcun modo di constatare il nostro egoismo proprio perché non ci sono altri esseri con cui confrontarci. Sarà sufficiente introdurre nel nostro sistema anche uno solo di essi perché l'inciso sorga spontaneo in ragione del medesimo fine perseguito ed in ragione dell'interazione con il prossimo.
Chi avrebbe mai detto che il prossimo, che per natura siamo propensi a porre ad un livello inferiore rispetto a tutto ciò che, anche infimamente, possa riguardarci, si sarebbe rivelato anche lui stesso utile al soddisfacimento dei nostri interessi?

A. G.

martedì 8 ottobre 2013

L'astuzia dell'accattonaggio.

Li vediamo camminare per le strade, seduti sui marciapiedi, nei corridoi dei treni a distribuire bigliettini ricolmi di preghiere e di errori ortografici, coi loro abiti consumati e con lo stesso viso contrito in cerca di un benché minimo segno di considerazione.
Ecco la classe dei mendicanti, dei cosiddetti "barboni", i dediti all'accattonaggio ed all'elemosina. Ma chi sono davvero costoro? Nulla di che, solo la classe di persone più furbe sulla faccia della Terra, coloro che sanno buggerare il prossimo a livelli stratosferici ed umiliarlo al di sopra di ogni immaginazione. Seguitemi e capirete perché.
L'ennesimo, patetico insegnamento inculcatoci dalle Sacre Scritture è la solidarietà, a donare agli altri il proprio superfluo, ed essere grati agli occhi del bisognoso e meritevoli della vita eterna agli occhi di Dio; e qual'è la realtà invece? Il "bisognoso" ride della nostra stupidità, e siamo meritevoli solamente di pubblico scherno per un cotale abbassamento a tali stupidi principi.
Se la razza umana abbandonasse le stupide congetture basate su aiutare i bisognosi, pensate forse che i mendicanti continuerebbero ad infestare le nostre strade od a trapanarci le orecchie con le loro preghiere di misericordia? Certamente no, quando la fiera della cuccagna chiude i battenti si va a cercar ristoro in altri pascoli.
E non sia mai che imparino a badare a se stessi, a farsi strada nella vita con l'astuzia così argutamente sfruttata durante la sopravvivenza. La scaltrezza è dono raro ed apprezzato per perseguire i propri obiettivi, e chi l'ha esercitata in tal guisa (ma senza dubbio agevolato dalla diffusione delle stolte nozioni di "solidarietà" ed "elemosina") avrebbe sicuramente non molti problemi a perseguire scopi più alti che raccattare qualche monetina dalla vecchietta timorata di Dio appena uscita dalla messa delle 6 del mattino.
Da cosa sorge questo mio intervento odierno? Dalle ripetute lamentele che mi capita sovente sentir declamare sulla presenza di questi geni del male che circolano ed intralciano la nostra routine. Volete che spariscano? Evitate di far sparire le vostri mani nelle tasche o nei portafogli per mettervi in ridicolo di fronte a loro e di fronte alla vostra essenza naturale, liquidateli in fretta e furia e lasciate che siano qualcun altro a mettersi in ridicolo ed a rinnegare la propria natura.

A. G.

domenica 8 settembre 2013

La condanna del mancinismo.

La mano dei rovesciati, la mano sbagliata, la mano impura riservata alla pulizia delle pudenda nella tradizione musulmana.
Ebbene sì, le credenze e superstizioni di stampo religioso-etico persistono a minare il nostro percorso di vita, ma stavolta colpiscono in maniera ancora più profonda il genere umano, condannando coloro che per natura sono predisposti ad utilizzare il lato sinistro del proprio corpo per interagire nella quotidianità. E sento la necessità di dedicare un intervento a quelle persone "speciali" chiamate spregiativamente "mancini" o "sinistri", essendo anch'io uno di costoro.
La condanna è stata incalzante nei tempi antecedenti ai nostri, e per fortuna la Ragione si è diffusa a macchia d'olio preservando molti soggetti dalla rovina; ma essa continua a sopravvivere anche odiernamente, dove talune famiglie bigotte e sprovvedute, convinte della sinistra nomea che aleggia intorno ai mancini, costringono letteralmente i propri pargoli ad utilizzare la mano destra nel momento in cui imparano a manifestare le idee proprie ed altrui attraverso la scrittura. In che modo? Legando la mano sinistra ed impedendone l'uso (consentendomi un cenno autobiografico, rammento che ciò avvenne anche a me, ma più i miei genitori insistevano a farmi usare la destra, più io utilizzavo la sinistra, finché alla fine non vinsi questo primo duello con le malefiche credenze che persistono a far sentire la loro voce). E questo perché? Per due ragioni, a mio parere: per la scarsa diffusione delle persone mancine (come se costituisse un elemento di infamia o di biasimo del quale bisogna disfarsene a tutti i costi) ed ovviamente le sopracitate credenze di derivazione sacra, che etichettano la mano sinistra come "la mano del diavolo", basti pensare ai grandi iconografi del passato che rappresentavano Satana come creatura dotata di 2 mani sinistre, non speculari. E non sia mai che i nostri figli abbiano una caratteristica così dissacrante e dissacratoria!
Chi sono costoro per interferire con la natura del frutto da loro concepito? Chi sono costoro per imporre in tal guisa un'usanza dettata da stupide superstizioni andando a menomare l'indole ed il comportamento della povera vittima? Mi sorge spontaneo un paragone con un'altra condanna, ovverosia quella cui sono sottoposti i neonati che, a 2 mesi dalla loro venuta al mondo, si ritrovano la fronte cosparsa di acqua santa ed iscritti come fedeli di una setta della quale loro non sanno né i principi né i fini.
Come la Natura punisce coloro che badano a codeste sciocchezze? Sconvolgendo la mente della vittima, sconquassandone la vita ed il suo inserimento nel mondo. E lo stesso mondo dove noi andremo ad abitare ci è ostile, realizzando suppellettili e strumenti predisposti ad un uso prevalentemente destrorso (dalle comuni forbici a strumenti musicali come la chitarra); ma le nostre capacità di manipolazione del Creato ci consentono di crearci da soli ciò di cui abbiamo bisogno in ragione della nostra natura e delle nostre interazioni col mondo.
La condanna non si limita alle costrizioni da parte di coloro contro i quali non possiamo ribellarci, ma anche da parte dei lemmi di cui si fa utilizzo nelle consuete conversazioni, dove per alludere ad incidenti automobilistici si parla spesso di sinistri, senza contare l'utilizzo dell'aggettivo sinistro per indicare un che di funesto, di cattivo augurio. Ecco come le usanze penetrano nella mentalità degli esseri umani, discriminando fino a questo punto i loro simili per una normale caratteristica fisico-psichica condannata dalle suddette usanze. Voi che ancora vi ostinate a seguire le mode e le usanze della vostra laida Chiesa, preferite assicurarvi l'entrata in Paradiso (correreste il rischio, poi, di ritrovarvi con un pugno di mosche?) o condannare la vostra creatura ad uno scarso inserimento nel mondo cagionato dal vostro sacro proposito?
Siate fieri di quel che la Natura ci dona ogni giorno, e più questa caratteristica è rara, più siatene fieri.
Le innumerevoli qualità di cui sono dotati i mancini li hanno resi celebri nel bene o nel male quasi più dei destrorsi, basti pensare a personalità quali Napoleone Bonaparte, Wolfgang Amadeus Mozart, Leonardo da Vinci (che nel suo genio sapeva usare entrambe le mani a seconda dell'intento), Franz Kafka, Albert Einstein. E anche per i mancini che della notorietà e della grandezza non sanno che farsene, le grandi doti sono inserite innatamente all'interno della loro anima, per far sì che si concretizzino nella Ratio delle loro azioni, purché sia data loro possibilità di emergere dal vuoto e dalla bonaccia della Psiche. E come si può ancora avere biasimo di questa grande qualità che fa emergere i migliori tra i più grandi della storia del mondo?
Altro vantaggio a favore dei mancini è la loro stessa scarsa diffusione, cosicché in talune discipline od arti i mancini prevalgono sui destrorsi, dallo sport alla pittura, dai videogiochi alla scultura.
Non compromettete l'esistenza delle generazioni successive alle vostre per far sopravvivere le precedenti generazioni, fallaci ed arcaiche. Sono sopravvissute fin troppo ed hanno devastato l'esistenza di troppi esseri umani perché meritino ancora di essere prese in considerazione.

A. G.

domenica 11 agosto 2013

Vana fidei spes.

"La vana speranza della fede", così ho scelto di intitolare l'intervento odierno; come ogni mia riflessione che pubblico su questo muro da imbrattare di parole e pensieri, l'idea sorge da un osservazione su ciò che la vita presenta ogni giorno ai miei occhi ed al mio intelletto.
Mi lascia sempre stupito constatare quanto il Cristianesimo sia radicato in molte culture e linee di pensiero perse nei secoli che ancora splendono sotto il sole. E ciò mi spinge ad affrontare un argomento che da molti può considerarsi spinoso, soggettivo e miscredente, ma giammai un ragionamento od una riflessione potrà mai essere bollata d'infamia in questa maniera, qualunque sia l'argomento, purché la logica sia il fondamento di questo edificio razionale.
Sono sempre stato amante delle "Sacre" Scritture, che possiedono un innegabile fascino per il contesto in cui sono inserito, per i loro protagonisti e per le vicende ivi narrate, e sarebbe sciocco negare che anche da esse siano estrapolabili stili di vita retti e volti al buon (soprav)vivere nel mondo. Ma come dice il nome stesso, sono Scritture (non è la sede idonea per discutere della loro sacralità, termine-chiave per ogni cosa inerente al Cristianesimo, neanche fosse un marchio di fabbrica), racconti tramandati e poi raccolti in questi βιβλία, dunque concepiti dall'intelletto umano che possiede la magnifica capacità di poter concepire una quantità pressoché infinita di concetti, idee e nozioni. E perché non inventarsi un mondo ove tutto il Creato si ritrova sottomesso ad un'altra divinità, spodestando l'ordo naturalis e facendolo usurpare da questa nuova e "benevola" divinità? Idea audace, innovativa quanto volete, ma fin troppo bonista, illusoria e soprattutto contraria alla nostra natura!
Di tutte le correnti che sono affiorate dall'alba dei tempi, quella religiosa possiede la malefica caratteristica di assoggettare le menti dei suoi fedeli, arrivando anche a dettare leggi su come bisogna comportarsi per essere buoni fedeli (vedasi i Dieci Comandamenti); perché l'uomo, creato libero e superiore a tutti gli altri esseri, deve ridursi ad agnello e sostituire la propria libertà con l'assoggettamento ad una "fede"? Perché deve rinunciare alla possibilità di disporre liberamente della propria esistenza facendo decidere ad altri uomini come egli debba vivere? Perché l'uomo non dovrebbe desiderare la donna d'altri, se i suoi Sensi subito trasalgono alla vista di una donna che, per formalità quali matrimonio o fidanzamento, "apparterrebbe" ad altro uomo? Perché l'uomo non dovrebbe uccidere un altro uomo, se quest'ultimo gli ha rivolto un torto tale da destare nell'offeso il Senso di vendetta e di eliminazione nei confronti dell'offendente? Ricordatevi, voi tutti: siate voi i padroni della vostra vita, non permettete a nessuno di dettar regole su come dobbiate vivere, non gettate al vento la libertà innata che la Natura ha donato al genere umano, e per cosa poi? Per ritrovarvi incatenati a delle regole contrarie alla nostra stessa attitudine!
E allora cosa impedisce alla religione di essere sepolta dall'egoismo dell'uomo, e riportare lo stato vigente prima della sua comparsa? I suoi principi volti a preporre il prossimo a noi stessi (biasimabili al massimo per essere diametralmente opposti alla nostra natura) sono accolti dalle persone che, di fronte alle angherie a cui il mondo è naturalmente destinato, cercano un appoggio stabile e che dia una visione positiva a questo inferno quotidiano; e senza riserve è forse il metodo più efficace di fuggire dalla realtà, il modo migliore per nascondervi dietro un dito!
Perché vi rifiutate di vivere le giornate con spirito spietato ed egoista, che sarebbe in grado di temprare la vostra forza d'animo e rendervi via via più imperturbabili di fronte a tutti gli eventi che vi saranno serviti nella mensa dell'esistenza in forma di pietanza avvelenata? Più sarete crudeli nell'affrontare la vita, tanto più immuni sarete al veleno. 
Prendiamo come esempio le persone c.d. pessimiste, che vengono assai biasimate per la loro visione negativa. Suvvia, ragioniamo: come reagirebbe una persona ottimista di fronte ad un determinato evento, e come invece una persona pessimista?
Una persona ottimista cerca di aspettarsi sempre il meglio da un determinato evento; se l'evento si realizza, esso potrà essere o all'altezza delle aspettative ovvero superiore ad esse (in tal caso, che soddisfazione potrà trarsi da un evento che, dentro di sé, ci si aspettava che si sarebbe verificato?), oppure inferiore alle aspettative (in tal caso è indubbia l'amarezza che scaturirà nel povero ottimista).
La prospettiva che si presta al pessimista sarà positivamente inversa: se l'evento che si realizza sarà superiore ovvero all'altezza delle aspettative, il pessimista sarà assai soddisfatto del risultato, molto più di quanto potrebbe mai esserlo l'ottimista; qualora, invece, l'evento sia inferiore alle aspettative, il pessimista accuserà meglio il colpo per aver precedentemente previsto la possibilità che il risultato non sarebbe stato all'altezza delle aspettative.
La bontà può essere utile nell'interazione tra esseri viventi (un medesimo interesse è più facile da raggiungere, quanti più sono ad inseguirlo), ma è maggiormente atta a presentare le terga agli assalti sodomitici della vita, che invero non vi saranno risparmiati per la vostra presunta rettitudine.
E come la religione "compra" i suoi fedeli facendoli abboccare come tanti pesci ad un unico, micidiale amo? Ovvio, con la vita eterna! Sciocca vana aspettativa degli umani, titanica violazione delle leggi naturali, se mai ci sarà concesso di bere da questo agognato elisir (talmente agognato da spingerci a perdere il nostro libero arbitrio e sacrificarlo ad un'essere la cui esistenza e bontà è più che discutibile), sarà grazie ai mezzi donatici dalla Natura ed all'intelletto umano tendente ad infinito, non di certo come premio per una condotta anti-naturale!
Non dimentichiamo, infatti, che noi tutti stiamo morendo, è questione di istanti prima che un cuore pulsante si riduca ad un putrido ammasso organico in decomposizione, siamo tutti inesorabilmente diretti a questa destinazione finale, alla quale potremmo arrivare tra anni così come domani. Ciò non dovrebbe farci aprire gli occhi e spronarci a fare ciò che più desideriamo prima che sia troppo tardi?

A. G.

giovedì 8 agosto 2013

Ode ai libertini

Oggi mi ritrovavo a sfogliare "La Filosofia nel boudoir" scritto dal divino Marchese de Sade, da considerarsi quasi il "libretto d'istruzioni dell'esistenza", ed ogni volta come fosse la prima balza ai miei occhi una degli asserti più profondi e intimidatori della storia della letteratura, che sento la necessità di condividere con Voi. Ecco a voi l'incipit dell'opera, il messaggio dell'Autore al suo pubblico:


AI LIBERTINI

Voluttuosi di ogni età e sesso, dedico quest'opera a voi soli: nutritevi dei suoi principi, favoriranno le vostre passioni! E le passioni, verso le quali certi freddi e piatti moralisti v'incutono terrore, sono in realtà gli unici mezzi che la natura mette a disposizione dell'uomo per raggiungere quanto essa si attende da lui. Obbedite soltanto a queste deliziose passioni! Vi condurranno senza dubbio alla felicità. Donne lascive, la voluttuosa Saint-Ange sia il vostro modello! Secondo il suo esempio disprezzate tutto ciò che è contrario alle leggi divine del piacere che l'avvinsero per tutta la vita. 
Fanciulle rimaste troppo a lungo legate ad assurdi e pericolosi vincoli d'una virtù fantasiosa e di una religione disgustante, imitate l'appassionata Eugénie! Distruggete, calpestate e con la stessa rapidità, tutti i ridicoli precetti che vi hanno inculcato genitori imbecilli!
E voi, amabili dissoluti, voi che fin dalla giovinezza avete come unici freni i vostri stessi desideri e come uniche leggi i vostri stessi capricci, prendete a modello il cinico Dolmancé! Spingetevi agli estremi come lui se, come lui, volete percorrere tutti i sentieri in fiore che la lascivia aprirà al vostro passaggio! Convincetevi, alla sua scuola, che solo ampliando la sfera dei piaceri e delle fantasie, solo sacrificando tutto alla voluttà, quell'infelice individuo conosciuto sotto il nome di uomo, scaraventato suo malgrado in questo triste universo, potrà riuscire a spargere qualche rosa tra le spine della vita.

D. A. F. de Sade [1740 - 1814]

Mi sono permesso di evidenziare i tratti che, della suddetta ode, costituiscono i tratti più salienti del messaggio che l'Autore vuole lasciarci.
Dunque la Natura si aspetta qualcosa da noi, invitandoci a disporre delle passioni da Lei donateci (che altro non sono che i Sensi a cui alludo spesso nei miei precedenti interventi) come unico mezzo per raggiungere questo fantomatico obiettivo. E quale sarebbe questo obiettivo? A mio avviso il nostro semplice obiettivo è sfruttare tutti i doni che la Natura ci ha concesso, dal primo all'ultimo, dalla capacità di manipolare il Creato a nostro vantaggio alla possibilità di estendere il nostro intelletto a dismisura, dispensando le nostre conoscenze come fossero beni superflui dei quali non ci turba il pensiero di condividerli con chicchessia; quale miglior modo, infatti, di dimostrare la nobiltà del proprio aureo stampo se non rendendoci necessari per il prossimo affinché una nozione a noi nota diventi tale anche per colui che, per diversa estensione d'intelletto (magari minata da stupidi preconcetti assunti per luogo comune oppure soffocati dai concetti dettati dall'etica e dalla morale), non hanno la nostra flessibilità nel raggiungere determinati asserti?
Non dobbiamo dimenticare poi che tutti gli esseri viventi sono mossi dal vento della Passione, dei Sensi, dell'Istinto, l'ancestrale richiamo allo stato puro ed incontaminato del Creato. Da questa tempesta sono trascinati Paolo e Francesca nel II cerchio dell'Inferno, ed anziché essere ivi confinata dovrebbe soffiare in tutto il Creato, condurre le nostre esistenze poiché insita nella natura del genere animale al quale noi stessi apparteniamo.
Che altro aggiungere, invece, sul disprezzo di tutto ciò che è contrario alle leggi divine del piacere (rammentiamo che il Marchese, nel suo sfrenato ateismo a cui tutti dovrebbero ispirarsi, conferisce il titolo di divus al suo precedente originario destinatario)? Ritengo che sia l'argomento a me più caro e sul quale sono intervenuto assai tanto che provo a convincermi che il messaggio sia penetrato a sufficienza; per ulteriori dettagli, le mie precedenti dissertazioni forniscono messaggi più profondi e dettagliati, per cui invito alla loro consultazione.
Ma è l'inciso conclusivo che sussume il lascito del Marchese: colui che si sforza a non dedicare neanche un'istante alle scelte dettate dalle Passioni rimarrà isolato come un naufrago su quel granello di sabbia facente parte dell'immenso litorale che la Natura ci ha lasciato; chi vive in tal guisa commetterebbe il medesimo errore di colui che decide di acquistare un'autovettura da corsa per poi non superare mai i 30 km/h.
Seppelliamo le chimeriche spine della condotta etico-morale, lasciamoci cospargere di petali di rosa dai nostri Sensi, e che la vita sia sempre un'occasione da cui trarre vantaggi e giammai rimorsi nel momento della dipartita.

A. G.

mercoledì 7 agosto 2013

Non abbiate pietà!

Oggi tenterò di conciliare il mio persistente desiderio di gettare al di fuori del mio intelletto ciò che più mi aggrada con l'accidia che nella giornata di oggi mi attanaglia più del solito; ma rendiamo grazie ai moti della Ragione che non si usurano e non si stancano mai di muovere i nostri pensieri.
Oggi voglio condividere con voi un estratto del "testo" (non oso definirlo né libro né racconto né romanzo, giacché trattasi di una bozza che vedrà il sole con le stesse probabilità con cui non lo vedrà mai) in fase di stesura già da un anno, mio specchio introspettivo sulle mie considerazioni degli elementi accidentali del Creato. Che pensare dunque de Pietade?

La pietà è la più inutile delle Virtù in cui ci si possa imbattere: in un mondo dove la legge del più forte domina sovrana, non c’è posto per la virtù, ed il solo sperare ed invocare l’applicazione di essa ti fa cadere in un fallo tale da renderti ancor più indegno di riceverla. E che dire in un mondo regolato e sottoposto ai limiti della legge? Coloro che propongono ed approvano le leggi restano comunque esseri umani figli della Natura, coi propri interessi da difendere e proposte sfavorevoli da insabbiare, e quanti più saranno agevolati dalla riforma, tanto maggiore sarà la probabilità che essa venga adottata… anziché la legge del più forte, ivi domina la legge dei più forti.

Difficile essere il giudice di se stessi, ma mi illudo che i concetti siano concepibili come veritieri e, seppur spietati, condotti dalla Ragione.
La pietà in un mondo egoista per natura è come l'agnello nel branco di lupe affamate, è come il pesce che non è riuscito a sfuggire alla marea e si ritrova così a boccheggiare sulla spiaggia e prossimo ormai alla morte; inesorabilmente calpestata, derisa e flagellata, in guisa del Cristo sulla colonna del Praetorium.
A che obiettivo mirate persistendo a fare agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi? Non potete neanche pensare di intromettervi nei pensieri e nelle intenzioni di chi vi trovate di fronte (già l'introspezione è una guerra che di sé è arduo condurre, se proviamo addirittura ad avventurarci nell'estrospezione, o abbiamo molto tempo da perdere o poco cervello da applicare.
Mirate al seggio nel "Regno dei Cieli"? Mirate a sfuggire al ghiaccio di Cocito od alle fiamme di Dite? Per dovervi poi pentire di aver vissuto secondo chimere e non secondo voi stessi?
L'avviso che voglio donarvi oggi è: vivete per voi stessi, dedicate il vostro tempo a ciò che vi rende più soddisfatti e legati alla vostra vita, non sprecate tempo per quelle "comparse" destinate a comparire per poi svanire come un fuoco pirotecnico. Sic et simpliciter, non abbiate pietà.

A. G.

La perfezione del pignolo, secondo la Ragione e secondo i Sensi

Il dizionario di lingua italiana "Treccani" così definisce il termine pignolo: persona eccessivamente pedante e meticolosa.
Cosa potrà mai interessare al sottoscritto di questa locuzione, che costituisce solo uno dei circa 260.000 lemmi che costituiscono la lingua italiana? Ebbene, sono gli eccessivi episodi in cui il sottoscritto viene bollato con questo aggettivo, che mi spingono a fare una riflessione al riguardo!
Si sa che le parole possono essere fuorvianti, a seconda del modo e del contesto in cui vengono pronunciate o scritte. Nel contesto, le parole che di sopra ho evidenziato non mi suggeriscono nulla di positivo.
Tanto per non uscire dal tema, sottolineo che:
Pedante: colui che pone una cura eccessivamente minuziosa ed inutile in qualsiasi cosa faccia;
Meticoloso: soggetto che mostra maniacale precisione nelle sue cose.
Ora, per quanto il termine sia passibile di una vastissima interpretazione da parte degli auditori, colgo una negatività di fondo che, a mio avviso, poco si addice a questo lemma.
Il sommo grado di perfezione di fronte al quale possiamo assistere è il Creato, il sommo prodotto della Natura e delle sue eterne leggi universali. Noi, da creature da Lei privilegiati, nel nostro spirito di adattamento al mondo in cui viviamo dobbiamo esserne altresì all'altezza, cercando di trarre ispirazione da questa perfezione; così articola i suoi pensieri un uomo guidato dalla Ragione, pur senza nulla togliere ai nostri Sensi, eterno motore del nostro esistere e del nostro interagire col Creato ed i suoi prodotti.
Forse che il mio essere pignolo sia un tentativo di avere un semplice assaggio di questa perfezione? Come detto testé, il che è del tutto apprezzabile, ove prevale la Ragione!
Forse che il mio sia solo un modo per avere occasione di essere al centro dell'attenzione? Anche in tale fattispecie si seguirebbe quanto dettato dai Sensi, che sanciscono l'ancestrale egoismo dell'uomo, centro indiscusso del proprio universo.
Persistete dunque a credere che l'aggettivo "pignolo" sia ancora un attributo negativo, oppure ora ne constatate la reale nobiltà di scopo? Mi auguro di averVi condotto nel sentiero opportuno.
Indi per cui, misuriamo le parole prima di sfoggiarne la portata, perché potrebbero rivoltarvisi contro.

A. G.

sabato 3 agosto 2013

Efferata (in)giustizia!

Scrivo questo blog ascoltando "Chi ha paura della notte" della Premiata Forneria Marconi aka PFM, e curiosamente mi sorge il disio di condividere con Voi un pensiero che da un po' mi rimbalza nella testa in ragione degli ultimi avvenimenti di cronaca inerenti ad una, così detta, "riforma della giustizia".
La razza umana ha ricevuto dalla Natura il privilegio e l'onore di avere i mezzi necessari per aver modo di ergersi a despota del resto del Creato, ma la bramosia di esercitare questa tirannia è tale da averci spinti a voler controllare anche i nostri simili. Ecco il principio da cui nascono gli ordinamenti statali che da secoli regolano il vivere dell'uomo.
Odiernamente, la maggior parte dei modelli di Stato regola il proprio vivere nella guisa ideata da Montesquieu nel libro IX de "L'esprit des lois", siano essi separati od uniti sotto un unico designato: un sistema legislativo che aggiorni le regole precedentemente in vigore (in tal modo surclassando la somma legge ancestrale costruita ed indefettibilmente attuata tutt'oggi dalla Natura); un sistema esecutivo che coadiuvi il precedente potere nella produzione delle nuove norme; un sistema giudiziario all'uopo di giudicare e sanzionare i trasgressori delle suddette regole.
Quest'ultimo è forse il potere più pericoloso che mai si potrebbe attribuire a chicchessia. Constaterete anche voi di quanto la locuzione "Giustizia", con la lettera maiuscola, sia paragonabile un delitto di "lesa maestà" nei confronti di Colei che ci ha dato facoltà di brandire questa spada. Quale uomo può ritenersi così superiore da decidere come disporre dell'esistenza di un suo simile, privandolo della libertà od addirittura della vita? La Giustizia non esiste e mai esisterà, esiste la "giustizia" applicata dagli uomini a scapito degli uomini. E poiché nessuno potrà mai applicare la vera Giustizia, è inesorabile che sia l'uomo ad addossarsi questo amaro onere, ma il sistema si trova inesorabilmente contaminato dalla natura umana della nostra specie, guidata dall'egoismo, dai Sensi e dagli interessi più disparati.
Baluardi di questa (in)giustizia che graffia gli spiriti, iscuoia ed isquatra (Canto VI, Inferno, Divina Commedia) sono i cosiddetti "codici" che regolano le pene da affibbiare ai rei, tetri manifesti della soggettività dell'uomo che li ha stilati e posti a regolare e confinare le nostre esistenze.
In base a quali ancestrali dettami si è deciso che il delitto di omicidio debba essere punito "con la reclusione non inferiore ad anni ventuno" (art. 575 c.p.)? Nessuna, l'uomo ha stabilito questo limite. Ecco come la legge umana ha infettato la legge naturale, che sancirebbe invero la piena libertà di reazione al fatto. Qualora tu uccidessi mio figlio, come potrei reagire? Potrei uccidere il tuo primogenito, potrei uccidere te o potrei uccidere tutti i tuoi cari lasciandoti solo a pentirti del torto che mi hai fatto. Ma potrei anche sorvolare sull'accaduto od addirittura ringraziarti del favore, giacché mi ritrovavo con un figlio prodigo e scapestrato che, continuando a vivere, mi avrebbe solo portato disgrazie e dispiaceri. Guardate quanto le ali della nostra libertà sono state tarpate da delitti e circostanze.
In base a quali ancestrali dettami si è deciso che il delitto di rapina debba essere punito "con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da €516 a €2.065" (art. 628 c.p.)? Altro storpiamento delle libere leggi della Natura da parte delle arbitrarie scelte umane.
Per concludere, sulle note di "Chanson egocentrique" di Franco Battiato, abbassiamo la fronte di fronte alla triste verità che rende vana la speranza che un giorno tutto il Creato sia regolato dalla Giustizia, ma allo stesso tempo alziamo lo sguardo affinché constatiamo che il potere che taluni uomini "eletti" esercitano non è consono alla loro (anzi, alla nostra) natura, per cui le strade sono due: o abolire definitivamente l'esercizio della giustizia (invitante opzione che ricondurrebbe l'essere umano al medesimo stato col quale è venuto al mondo) od esercitarla col massimo rigore in modo che sia da monito per l'uomo e da punizione per il reo.

A. G.

mercoledì 31 luglio 2013

La ratio dell'αυτοκτονία.

Nella data odierna riscontra molto scalpore la scelta di un giovane uomo che, abbandonato dalla propria amata, lascia un video su YouTube salutando i propri cari e motivando le ragioni che lo avrebbero condotto, pochi istanti dopo, ad impiccarsi nella propria abitazione.
La morte è fatto di tutti i giorni (trovo d'uopo riportare una delle frasi più pregne e reali del colossal "Il Gladiatore" attribuita all'imperatore Marco Aurelio: La Morte sorride a tutti, un uomo non può far altro che sorriderle di rimando), ma che dire della violenza verso se stessi, che dire dell'αυτοκτονία, che dire di coloro che pongono fine loro stessi alla propria esistenza?
I superficiali ed i moralisti (che tanto dicono ma ragionano su una quantità così scarsa di materia che il loro pensiero è rasente lo zero) lo definiscono come "atto stupido" ovvero "atto codardo"; considero costoro nel livello più infimo della categoria, persone così ottuse che sorge spontaneo chiedersi come siano materialmente riusciti ad articolare 2 parole. Chi siete voi per stabilire la rettitudine o meno di un uomo diverso da voi?
Diametralmente abbiamo coloro che lo definiscono un "atto egoista", il concetto esprime la realtà ma è pregno di una negatività che non si addice all'essenza dell'atto.
Definire l'uomo come "egoista" è tutt'altro che offensivo o biasimevole: l'anteposizione a qualunque interesse di "noi stessi" è insita nella nostra stessa natura, che ci pone al centro del "nostro" mondo, dove ciò che è bene per noi è verità indiscussa ed indiscutibile. Dunque la definizione di "egoismo" quale elemento essenziale della natura del genere umano renderebbe la definizione "atto egoista" priva di significato: che male ci sarebbe a comportarci assecondando la nostra natura?
Ed ecco legittimato il suicidio, ecco come riqualificare questo atto così biasimato da essere oggetto di critica da parte delle bocche più propense a pronunciare idiozie.
Riportiamo il celeberrimo brocardo di Appio Claudio Cieco: Homo faber fortunae suae. L'uomo è legittimato a fare ciò che più gli garba, sia esso suggerito dalla sua volontà, sia esso suggerito dai Sensi, sia esso suggerito dal contesto col quale egli si trova ad interagire. La delusione amorosa è forse la cagione più diffusa che convince un uomo a fare ciò che compete alla bieca Atropo, ma la scelta è propria ed ogni sua volontà è atta a concretizzarsi nell'istante successivo alla formazione della volontà stessa.
Torniamo al tema odierno, specificatamente alla scelta di diffondere la scelta della propria dipartita attraverso il canale di YouTube. Dicevamo che il suicidio è un "atto (naturalmente) egoista"? Nella fattispecie l'egoismo è stato intensificato dalla diffusione pubblica del proposito, così da porre se stesso al centro dell'attenzione, un ultimo "istante di fama". Ma tutto ciò non viola nessuna legge della Natura; gli unici precetti che risulterebbero violati sarebbero le aleatorie, variabili e contraddittorie norme etico-morali di cui non c'è ragione di discutere visto il loro scarso (se non vuoto) significato agli occhi delle leggi naturali.
Chiunque potrebbe obiettare che l'essere umano, in un contesto come può essere quello della delusione amorosa, non sarebbe in grado di disporre lucidamente del proprio agire. Ma dimenticate forse il dono più grande che la Natura ha donato alle nostre menti sovrane in questo ammasso planetario? Dimenticate lasmisurata elasticità della nostra mente, che ci permette di concepire quel che vogliamo (nel limite delle possibilità nobis attribuite dalla Natura) in qualunque contesto ci troviamo ad agire. Nella fattispecie in esame, se l'innamorato sofferente analizzasse introspettivamente il presente in ragione del futuro, le soluzioni sarebbero due: o l'innamorato constata che "chiusa una porta si apre un portone" e prosegue la sua esistenza, o l'innamorato non sa vedere altro che la porta chiusa alle proprie spalle (badate, non saper vedere va inteso come non può vedere oltre, perché l'uomo può concepire tutto ciò che è all'interno delle sue competenze, ciò che non è concepibile è inderogabilmente materia rimessa all'onniscienza della Natura) ed il baratro della distruzione di fronte a sé; in quest'ultimo caso, l'innamorato può perseverare e riuscire a riaprire la porta chiusa, oppure compiere il passo fatale.
Fattispecie estranea a quella descritta poc'anzi è quella del suicidio effettuato in un momento di rabbia o di disperazione, senza effettuare il ragionamento che porta alla sopravvivenza od alla morte: abbiamo qui la comparsa dell'atto dettato dall'Istinto, istante in cui i Sensi prevalgono sulla Ragione. Il meraviglioso istante sporadico di vittoria della mera volontà irrazionale che molto più spesso sarebbe da applicare nei contesti della quotidianità umana.
In chiusura, colgo l'occasione per rimandare al mio precedente intervento "L'ipocrisia del trapasso" ed invitando chicchessia a ravvedere questo atto, il quale non è né stupido né codardo né egoista, ma un atto di mera disposizione della propria vita in ragione dei nostri progetti e del contesto in cui l'atto si consuma.

A. G.

venerdì 28 giugno 2013

Apologia delle nubi!

Le nuvole, i grandi galeoni bianchi dell'aere, appartengono più al carattere umano che alle leggi della Natura.
Quando il dorato Febo lancia i suoi dardi ardenti sulle nostre fronti e sui nostri terreni,chi possiamo invocare se non le metamorfiche nubi,che deviino i raggi infuocati e ci concedano una requie dalla canicola? Talvolta il desiderio è esaudito, ed abbiamo così occasione di trovare così refrigerio grazie agli scudi aerei!
Ma che dire di quando i nembi si accorpano,fanno scudo su tutto il visibile al di sopra dei nostri occhi,carichi di acqua e gonfi di elettricità? Eccoci a criticarli,additarli come fonte di sciagura e cambiamenti di programma!
La Natura non è al servizio degli uomini,è l'uomo che deve rispettare le Sue leggi,non viceversa!
Con tempesta o con il sole, con il freddo o col calore, la giornata è da adattarsi secondo il Suo ordine!

domenica 23 giugno 2013

Ceruleo candore dell'odierna notte.

L'occhio di Selene oggi è più vigile! L'avvento del solstizio ed il lontano affiancamento dell'astro canuto consentono e trasmettono una protezione più palpabile, un palpito di pace nell'aere oscuro.
La nostra Grande Madre ha disposto e plasmato il Creato a nostro vantaggio e beneficio, ciò sia da lodare ed accogliere, non da biasimare ed abbattere.

venerdì 31 maggio 2013

Della rabbia...

La rabbia è l'istinto che prevale.
La rabbia è lo sfogo di possesso e controllo che constatiamo di non poter avere.
La rabbia intimidisce ciò che desideri, ma talvolta ciò sa arrabbiarsi più di te.
Ed arrabbiarsi con chi sa arrabbiarsi più di te, è una mera lotta coi mulini a vento.
Non sto dicendo che non bisogna lasciarsi prendere dalla rabbia. Infuriatevi, scatenate il vostro Es sopito dalle troppe buone maniere etico-morali, e quando tornerete placidi nel vostro Io avrete la serenità sufficiente per sostenere altri eventi fino alla successiva furia.
Ecco come giustificare ogni semplice arrabbiatura senza prendersi ulteriori richiami da chicchessia.

sabato 18 maggio 2013

Aut hortus aut occasus - visione di generale intesa

Che sia il momento di tenebre l'istante adatto per vedere la Luce?
Che sia quel puntino luminoso in mezzo alla pece a guidarci nel nostro casuale percorso?
Pensa al giorno, quando gli astri onnipresenti vengono coperti dal velo solare, che si dipana sino a coprirli tutti, finché sono loro a trionfare dal crepuscolo sino all'alba.
L'alba ed il crepuscolo, i momenti ideali di visione della vita: hai modo di vedere la chiarezza e la sicurezza del Sole, ma altresì compaiono gli astri che, col loro eterno lacrimare, donano quell'istante che ci dà la forza di non temere l'oscurità.